chobeat

Simone Robutti, ML Engineer, Berlin. Follow me on fediverse @chobeat@write.as

Ho 31 anni. Si potrebbe dire che forse è presto per scrivere a chi ora studia, con l'aria dell'uomo vissuto e magari con un pizzico di paternalismo. Tuttavia oggi mi sono chiare tante cose che non lo erano quando, sprovveduto, iniziavo ad approcciarmi non solo alla bolla che è l'università, ma alla comunità globale di persone che producono tecnologia. Un mondo completamente diverso da quello che si trova all'esterno, con le sue regole, le sue dinamiche e i suoi rituali, spesso totalmente opachi ai non iniziati o raccontati in maniera distorta dai media.

Ho 31 anni e seppur ormai i tempi dello studio universitario siano un capitolo ampiamente chiuso, la memoria è sufficientemente fresca per provare ad interpretare le generazioni venute dopo la mia e poter condividere concetti e idee nonostante la distanza che ci separa. Lo faccio ora per paura che presto non potrò più riuscirci.

Osservo i più giovani e vedo una generazione incazzata e per buone ragioni: chi è venuto prima di noi ha distrutto l'ecosistema, l'economia, le comunità e la psiche collettiva. A voi il compito di raccogliere i cocci. Al contrario della mia generazione, voi avete un enorme vantaggio: se la morte della speranza ha immobilizzato i miei coetanei in una forma di depressione ironica in cui nessun tipo di azione seria può essere intrapresa, per voi l'assenza di speranza significa esseri liberi di plasmare il vostro futuro. Un'energia derivata dalla consapevolezza che nessuno verrà ad aiutarvi. La libertà ottenuta dalla presa di coscienza che chi è venuto prima di voi era folle e sconsiderato: noi abbiamo ancora il dubbio, voi avete la certezza.

A voi interessa entrare da protagonisti nel mondo della tecnologia (si direbbe IT, ICT o altre parole aliene, che io alla vostra età non capivo bene e quindi non uso). Come tutti gli informatici e gli ingegneri prima di voi siete probabilmente attratti dalle infinite possibilità offerte da un processore e un po' di RAM, o magari da una stampante 3D, un Arduino, un drone. Solo alcuni di voi probabilmente però pensano già alle conseguenze di queste possibilità, al peso della responsabilità che viaggia insieme a certe competenze. Per ora non è un problema, ma lo diventerà quando dovrete uscire dall'università e decidere come spendere il potere derivato dalle vostre conoscenze.

La comunità delle informatiche e degli informatici sta bruciando. Al contrario degli incendi in California e in Brasile, questo fuoco non distrugge indiscriminatamente ma sanifica ciò che non è stato possibile aggiustare. Le piromani siamo noi. Vogliamo bruciare tutto ciò che di perverso e abominevole è stato costruito negli anni per rendere la comunità un posto più accogliente per chi verrà dopo di noi.

Per voi questo conflitto è probabilmente illeggibile come lo era per me alla vostra età, in cui era possibile osservare solo le prime schermaglie tra nuove idee esplosive e vecchie concezioni fallimentari. Ne potete vedere alcuni sintomi, arrangiati in maniera confusa davanti ai vostri occhi: appaiono sui forum e sui social, sui siti di notizie tech, più raramente in film e documentari. Voglio quindi cercare di condividere la mia visione, spiegata sperabilmente con parole e modi che possano raggiungervi.

Le schermaglie nelle trincee

Il mondo occidentale si sta ri-politicizzando dopo decenni di apatia e così anche la tecnologia. Fasce sempre crescenti di popolazione sono state abbandonate a loro stesse in una società in cui non avevano posto. Il meccanismo non poteva reggere per sempre e ora il processo si sta invertendo. Le cazzate che si raccontavano nei decenni scorsi non reggono più. Nel momento critico per combattere il collasso ecologico e il collasso sociale ci si è ripetuti allo sfinimento che la politica era finita, che la buona amministrazione avrebbe mantenuto a galla le nazioni, che la gestione, rigorosamente dall'alto, di tutto ciò che è condiviso e sociale era una questione tecnica, di tirare le leve giuste e non era un problema dei cittadini: “lasciate fare ai politici, lasciate fare agli economisti, lasciate fare a chi sa fare. Guarda come vanno su gli indici di borsa. Guarda come vanno su i grafici. Non è questione di opinioni: sono numeri!“. Dopo decenni della stessa cantilena, siamo sull'orlo del baratro.

Il mondo della tecnologia non è diverso: le stesse bugie sono state raccontate e continuano ad essere raccontate. “Più tecnologia salverà il mondo, continuate a battere tasti e ci salveremo”. Gli effetti probabilmente vi sono già noti: una manciata di oligarchi dei social ha potere di influenzare le elezioni delle nazioni occidentali, un algoritmo decide chi arriva a fine mese e chi no, tutto ciò che fate su internet viene osservato, analizzato e monetizzato. Gigantesche server-farm in Georgia o in Islanda frullano a vuoto consumando porzioni considerevoli della produzione energetica mondiale per tenere in piedi il sistema BitCoin, senza che nessuno vi abbia mai trovato un'applicazione veramente utile oltre al comprare droga su internet. Tanti hanno in casa microfoni che li ascoltano per capire come vendervi nuovi prodotti che probabilmente non vi servono. Nel mentre, l'ennesima startup cerca di vendervi un app per ricordarvi di bere. Fra qualche decennio alcuni di noi potrebbero essere in un campo profughi fuggendo da una guerra combattuta per l'acqua che queste app vi ricorderanno di bere.

Per voi è giustamente follia e lo è anche per me. I futuri descritti dagli scrittori di fantascienza, in cui le macchine vengono usate per schiavizzare le persone e non per liberarle, quei futuri sono già ora e non tutti se ne sono accorti, perché ci sono cresciuti dentro, ci sono arrivati piano piano, questo sistema l'hanno costruito con le loro mani. Ammettere di aver sbagliato, ammettere di esser stati presi in giro è molto più difficile che continuare sempre sulla stessa strada e lanciarsi felicemente nel baratro.

Le promesse di un mondo migliore costruito tramite un eccesso di tecnologia, tradite tanto dai governi quanto dai CEO della Silicon Valley, gridano vendetta. Quel mondo migliore è ancora possibile, prima o dopo il collasso.

Il cambiamento, in ogni caso, è già in corso. La tecnologia sta venendo ri-politicizzata. Sempre più persone capiscono che noi creatori di tecnologia dobbiamo essere responsabili delle conseguenze di ciò che facciamo. Non gli altri, non imprenditori spregiudicati, non governi autoritari, non tutti quelli che sfruttano le nostre opere per i propri fini perversi, ma noi e soltanto noi. Non possiamo rimanere eternamente bambini. Non possiamo piegarci continuamente ai desideri di altri, che per profitto o per potere, decidono le direzioni in cui la tecnologia deve andare, spacciando la cosa come un processo neutrale e inevitabile. La decisione è nostra.

Cosa fare con la tecnologia, a chi giova e come trasforma il mondo non lo decide la tecnologia stessa, lo decide il sistema che la crea. Questo sistema va cambiato e lo stiamo cambiando.

L'assedio ha inizio

Torniamo coi piedi per terra e parliamo dei sintomi a cui si accennava prima e vediamo di mettere un po' di ordine in ciò che ci passa davanti.

Esistono numerosi conflitti aperti, che si intersecano, si sovrappongono e che danno vita a realtà estremamente complicate, soprattutto per chi vi si sta affacciando ora.

Il primo conflitto è tra i difensori di un'idea di tecnologia non politicizzata davanti alla crescente onda che pretende un cambiamento. Questi sono tanto i grandi CEO delle aziende tech quanto il sistemista un po' burbero e anzianotto che ha trovato la sua posizione comoda e sicura nel mondo attuale e su internet difende a spada tratta i valori con cui è cresciuto: la tecnologia è tecnologia, non ha colore politico, la colpa è di chi la usa e come. Comprendere perché queste persone si comportano così è fondamentale: ignorare la dimensione politica della tecnologia è il modo migliore per ignorare il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Che tu sia Mark Zuckerberg, un programmatore C# in consulenza residente a Varese o un tech bro che lavora in Amazon a Seattle non importa, rimanere il bambino che gioca coi LEGO sul tappeto è un privilegio a cui questa persona non rinuncerà mai, perché il benessere psicologico, il senso di sicurezza e beatitudine sono troppo importanti per essere messi in discussione da un libro o da un collega che cerca di ampliare le loro vedute. Non perdete tempo con loro, non cambieranno. Prendete la loro aggressività per quello che è: la reazione di un privilegiato che vede messo in discussione il mondo che gli ha dato quel privilegio.

Il secondo conflitto è tra chi concepisce un solo modo di produrre la tecnologia (il proprio) e chi vuole portare diversità e inclusività nel settore. Questi termini, purtroppo, li vedrete usati e abusati dalle aziende per farvi credere che assumere una manciata di donne di colore per far vedere quanto si è “equi ed etici” sia il fulcro della discussione. Ovviamente non si sta parlando solo di questo. Il settore, almeno dagli anni '60 in California, è stato pesantemente condizionato dalla cultura e dai modi della cricca, relativamente piccola e omogenea, che ha, a cascata, determinato le norme sociali e ideologiche di chi è venuto dopo. Maschi americani, tendenzialmente con poche skill sociali, con una formazione tecnica e con un immaginario costruito sugli stessi libri di fantascienza, gli stessi fumetti, gli stessi film. Una monocultura umana che ha posto le radici per la tecnologia che conosciamo oggi. Spargendosi nel resto del mondo questa cultura è stata adattata, a volte mitigata, a volte accentuata ma proprio perché così isolata e distinta e poiché si è propagata in maniera estremamente veloce (anche tramite i mezzi digitali creati da queste stesse persone) è facilmente identificabile in ogni paese in cui è arrivata. Tutta la storia dell'informatica, anche quando politica, si è svolta in una scatola mentale costruita da questi individui nella Silicon Valley decenni fa.

Negli ultimi due decenni (e forse anche prima) la situazione ha iniziato a cambiare. Prima piccoli gruppuscoli di dissidenti hanno iniziato a pensare fuori da questa scatola e poi gruppi sempre più nutriti, con norme sociali differenti, priorità differenti, processi di produzione differenti, parole differenti. Hanno iniziato a ricavarsi i propri spazi e ad allargarli, continuando a crescere. Dalla creazione di spazi alternativi si è passati all'attacco, per cercare di smuovere le coscienze anche al di fuori, per diventare la nuova norma e rimpiazzare quella vecchia. La battaglia oggi infuria e il frastuono delle spade che si incrociano riecheggia nei forum, nei repo di github, nelle chat di Telegram. Cosa c'è da vincere in questa battaglia? Voi. Le nuove generazioni sono il premio che andrà al vincitore. Gli si lascerà una comunità incapace di reagire ai cataclismi esterni e immobile, che si riproduce sempre uguale, in cui solo i maschi burberi sono tollerati oppure una comunità in cui più voci sono possibili e in cui queste voci possono trovare piena espressione per aiutarsi e per aiutare chi la tecnologia la usa?

Nella pratica questo si traduce nel modo in cui gli spazi della comunità vengono regolamentati, quali comportamenti sono tollerabili e quali considerati tossici e distruttivi, quali sono i valori fondamentali. La speranza è che sia finito il tempo in cui i neofiti vengono filtrati e selezionati in base alla loro capacità di farsi urlare addosso senza reagire, in cui una divergenza di opinioni è meritevole di insulti personali col pieno supporto della comunità, in cui il fallimento è una colpa e in cui ognuno deve dimostrare il proprio valore alla comunità tramite rituali e ordalie necessarie. Per troppi anni si è fatta confusione: questo sistema non crea professionisti migliori ma esclude tutti quelli che non sono capaci di conformarsi al dogma del “macho” individualista.

Quello che si può osservare, la punta dell'iceberg, è ad esempio la reazione scomposta di alcuni quando si accenna al fatto che insultare una persona inesperta per le proprie mancanze crea un ambiente tossico, ostile, che reprime chi non vi può sopravvivere. Oppure i confusi appelli alla libertà di parola quando qualche conferenza introduce regolamenti che proibiscono di aggredire verbalmente il prossimo. O ancora, quando si suggerisce che urlare di leggere un manuale non è un modo di supportare chi sta studiando e ancor meno chi vuole usare un software. Se un grado elevato di autonomia è necessario per qualsiasi competenza tecnica e il risultato di qualsiasi processo di apprendimento, arrivarci puramente tramite lo sforzo individuale, in isolamento, senza appigli, è un rituale necessario per essere accettati nel gruppo. Di certo non è un metodo didattico valido.

Tenete sempre a mente che queste discussioni non avvengono nel vuoto, ma all'interno di un conflitto molto più ampio.

Il terzo conflitto è sulla natura del lavoro informatico. Per decenni i sistemisti, le programmatrici, i grafici e tutte le professioni tecniche e creative coinvolte nella produzione software si sono considerati come imprenditori di sé stessi, al servizio del miglior offerente disposto a pagare adeguatamente i servizi offerti. La connessione con il prodotto del proprio lavoro era transitoria, come può essere la connessione tra un avvocato e un cliente, tra un elettricista e una centralina, tra un idraulico e un tubo. Alcuni, particolarmente tenaci, riuscivano a trincerarsi in nicchie sicure all'interno di questo vorticoso mondo fatto di progetti corporate che nascono e muoiono nell'arco di mesi, di startup che falliscono, di pessime idee poste di fronte al mercato nella speranza che qualcosa attecchisca, con un immane spreco di energie (le nostre) e di capitali, spacciando tutto questo processo come necessario. Questa stessa mentalità è stata trapiantata in Italia e distorta dai tratti culturali e sociali locali: il nomadismo del lavoratore tecnologico si è mischiato al feudalesimo della piccola-media impresa italiana, in cui un padroncino con spiccato accento veneto comanda a bacchetta una schiera di sottoposti che da un lato viene raccontata come i programmatori californiani privilegiati, all'avanguardia, con in mano le chiavi del mondo e dall'altro come una professione ingrata, umile, pagata il minimo necessario. Al di qua delle Alpi, molti hanno come principale ambizione di diventare il nuovo padroncino o perlomeno un manager, appena al di sopra dei rematori che mandavano avanti la barca.

Questa contraddizione fa comodo a chi vuole continuare a pagare stipendi bassi, a normalizzare gli straordinari, a far fare le cose di fretta, male, sotto pressione, per incassare i soldi dell'appalto e passare all'ennesimo software fatto male, che andrà a rimpiazzarne un altro fatto egualmente male da aziende che seguono la stessa logica. Nel mentre le energie mentali di intere generazioni di informatici vengono immolate per continuare a mandare avanti questa macchina perversa. I profitti ovviamente rimangono tutti in alto e coi tempi che corrono si deve ringraziare di avere un contratto indeterminato. Oltre al danno, la beffa.

Per fortuna anche su questo versante il conflitto è aperto: a questa visione fatta di isolamento, sfruttamento e software inutile se ne sta contrapponendo un'altra, dove chi produce il software è un lavoratore e si considera pienamente tale, connesso con il risultato della propria attività e i suoi impatti sul mondo.

Stiamo vedendo proteste, scioperi, movimenti di lavoratori, sindacalizzazioni che stanno scuotendo il settore in America e nel resto d'Europa. Nuove generazioni di lavoratori digitali scontenti di come stanno ora le cose e determinati a cambiarle. In ballo c'è il futuro del mondo intero, quel futuro fatto di benessere condiviso che la tecnologia non è riuscita a darci. Non fatevi ingannare: voi domani ci sarete in mezzo e chi vi è in mezzo oggi non è diverso da voi. Sta succedendo e sta succedendo ora, anche se in Italia tutto questo, come sempre, arriva sempre un po' in ritardo.

Il quarto conflitto, che sta attraversando la nostra società tutta, è tra chi considera il lavoro un valore in quanto tale e chi lo considera un problema. In qualsiasi società antecedente alla nostra il lavoro era visto come una cosa sporca, necessaria ma da evitare per quanto possibile. Ancora in molte culture questo spirito di resistenza al lavoro sopravvive. Fare il minimo necessario per raggiungere il benessere materiale e poi fermarsi, sia come individui, sia come società. Se si fa qualcosa in più oggi è per lavorare di meno domani. Se si innova è per avere lo stesso benessere lavorando meno.

Per motivi tanto religiosi quanto economici e politici, questo meccanismo ha iniziato a rompersi circa un secolo fa e a prescindere dal benessere raggiunto, il lavoro è tornato ad aumentare. Non per produrre alcunché ma semplicemente per mantenere l'illusione che sia necessario il lavoro di tutti, così da dare a tutti l'occasione di mostrarsi meritevoli sacrificando buona parte della propria vita sull'altare del lavoro. Fintanto che qualcuno ti paga, si crede che il tuo lavoro serva a qualcosa o non ti pagherebbero. Nel frattempo si continua a lavorare a vuoto, produrre sempre più cose inutili, consumate a causa di desideri prodotti per la necessità di consumare. Ogni passaggio di questo ciclo consuma risorse naturali e umane, inquina, distrugge. Il mondo va a fuoco e andiamo in giro con un lanciafiamme per paura che il fuoco si spenga.

Panorama Solarpunk – by ImperialBoy

Ripensare il lavoro per ridurlo al minimo possibile non è solo un obiettivo politico come lo è stato per più di un secolo ma oggi è diventato un imperativo: l'alternativa è l'estinzione. Noi, come tecnici, siamo in una posizione particolare: il nostro lavoro può essere utile. Utile a creare un'alternativa, utile a disinnescare questi meccanismi, utile a supportare la costruzione di una nuova società in cui lo scambio efficiente di informazioni digitali non sia usato per accelerare verso il baratro ma usato per coordinare un sistema che porti benessere a tutte e tutti. Siamo in una delle posizioni chiave, ma abbiamo le mani legate, perché questo cambiamento non possiamo portarlo da soli.

La vostra generazione, sperabilmente, troverà un piccolo solco già tracciato, da seguire e allargare, per liberarsi dal lavoro inutile e da chi lo propone. Un solco fatto di tecnologie intersecate con una visione politica chiara, supportate da e in supporto di cambiamenti sociali profondi.

L'assalto alle mura

Tutti questi conflitti sono i sintomi di cambiamenti più ampi che si riflettono sul mondo della tecnologia. Cambiamenti ancora tutti da costruire e portare avanti: il vecchio mondo sta morendo e non è chiaro come sarà il prossimo. I risultati li vedremo fra qualche decennio, quando questi cambiamenti si saranno sedimentati e ci si potrà guardare indietro, ma bisogna essere risoluti: il nostro tempo critico è ora.

Avete un'enorme fortuna: la vostra generazione vive con un timer sulla testa. Come il prisma dei Sims, vi segue ovunque andiate. Il timer segna quanto manca al collasso. Non è importante quale sia il valore, quanti anni, mesi o giorni manchino. Ciò che conta è il timer stesso: può produrre ansie, paure, forse terrore, ma è anche e soprattutto fonte di energia, quella dell'animale chiuso nell'angolo, la scarica di adrenalina che arriva da una ferita e che può dare lo slancio per mettersi in salvo. La consapevolezza che ci sono solo due scelte: azione o morte. La passività non è contemplata.

Solarpunk Greenhouse – by Liv Jeremiah

Concludo con un auspicio: spero che ciò che sto vedendo nascere, le persone che prenderanno in mano ciò che oggi la mia generazione sta creando, siano all'altezza delle aspettative. A voi che creerete la tecnologia di domani auguro di avere la forza, la coesione e la risolutezza che sono così difficili da far sgorgare nella mia generazione. Spero che la vostra rabbia bruci a lungo e più intensa dei roghi della Siberia o del Sud Italia. Per trasformare questa rabbia in cambiamento, è fondamentale che continuiate a studiare, non solo le materie tecniche, ma anche il mondo che vi sta intorno e ciò che viene scritto su di esso. Questi problemi sono stati creati con il supporto di tante e tanti come voi, venuti prima di voi, a cui è stato fatto credere che il loro dovere era esclusivamente di concentrarsi sugli aspetti pratici della tecnologia. Non cascateci: leggete di filosofia, di politica, di sociologia, di economia, di ecologia, di arte. La conoscenza rende liberi e questo mondo non può più sostenere una generazione di tecnici incatenati all'ignoranza.

Una nuova tecnologia non solo è possibile, ma è indispensabile. Non esiste alternativa.


Vuoi iniziare ad approfondire alcuni dei temi toccati nell'articolo e non sai da dove cominciare? Un'opzione può essere questa lista di letture: link

Vuoi invece qualcosa di più pratico? Considera di unirti ad un'organizzazione come ad esempio Tech Workers Coalition Italia o Autonomi.cc

Questo articolo è parte di una serie che sperabilmente porterà alla creazione di un articolo aperto sul tema della disseminazione tecnologica e la narrativa su come è compresa e svolta in occidente. Gli articoli saranno leggibili indipendentemente uno dall'altro o come un corpo unico.

Panorama SolarPunk – di ImperialBoy

La versione corrente qui pubblicata è al momento ancora una bozza in via di arricchimento. La versione definitiva verrà pubblicata su Rizomatica ad Ottobre. Per suggerimenti, inviatemi una mail a simone.robutti@protonmail o contattatemi su un qualsiasi social.


Letture propedeutiche:

The Californian Ideology

Contro l'hackerismo


Questo articolo presenterà un'analisi utile a comprendere la nuova ondata di organizzazioni, scioperi e proteste che attraversa il settore dell'Information Technology(IT), in particolare in USA e Nord Europa, scritta dal punto di vista di un Tech Worker. La speranza è quella di dare trasparenza a questi fenomeni e permettere di comprenderne più a fondo le peculiarità, le similarità con strutture e processi passati e presenti ma anche le profonde differenze sia sul piano della prassi che sul piano dell'identità.

Nota: in questo articolo si utilizzerà il termine “Tech Worker” per identificare esclusivamente figure tecniche o creative impegnate nello sviluppo di software, hardware e artefatti tecnologici in genere. Questo uso del termine differisce da quello, ad esempio, di Tech Workers Coalition che definisce Tech Worker chiunque sia coinvolto nel processo di produzione di una tecnologia. Questa scelta è fatta per meglio mapparsi sulla nascente identità del Tech Worker, che sebbene venga forzosamente allargata a figure molto diverse tra loro per scopi strategici, ad oggi ha trazione principalmente tra figure tecniche. Questa non è una critica all'obiettivo di creare solidarietà tra diverse categorie di lavoratori ma esclusivamente una semplificazione fatta per dare chiarezza alle idee qui esposte. Alcune mansioni associabili a questa definizione di Tech Worker sono: grafici, programmatrici, designer, sistemisti, architetti del software, tester, quality assurance, copywriter.


Il Capitale Digitale è un colosso dai piedi d'argilla. La testa d'oro, la parte più visibile, è quella di Mark Zuckerberg, Sundar Pichai o di Jeff Bezos che iniziano a trattare con gli Stati-Nazione da pari. Ormai insidiati nelle strutture produttive, logistiche e burocratiche di ogni paese, hanno reso dipendenti non solo i consumatori ormai inseparabili dai loro schermi (incluso il sottoscritto) ma anche tutti i tessuti sociali di cui fanno parte. Una rimozione repentina di Google Search, Google Cloud Platform o Amazon Web Services avrebbe un impatto traumatico su tanti settori industriali, al punto che l'Unione Europea insegue il sogno di un Cloud indipendente e di servizi web liberi dalla giurisdizione americana non solo come stimolo al settore digitale del vecchio continente ma anche e sopratutto come strumento di indipendenza tecnologica.

Questo dà ai giganti del tech, così come a tante altre corporation meno appariscenti ma altrettanto interlacciate con governi e settori produttivi locali, il ventre di silicio dell'IT, un enorme potere oltre che una relativa tranquillità: l'Occidente è pienamente colonizzato e gli Stati-Nazione hanno tutto l'interesse nel tenere la vera concorrenza (principalmente Cinese) fuori dal dominio del Simbionte tecno-sociale occidentale.

Questa apparente solidità, però, non è destinata a durare. Il sasso che farà crollare il colosso abita il colosso stesso: un' idea nuova, potente, sta emergendo dalle sue membra metalliche, pronta a distruggerne la struttura alle fondamenta. Il sasso, ormai pronto ad essere scagliato, è il Tech Worker: consapevole e risoluto, è pronto a dar battaglia, ufficio per ufficio, officina per officina, magazzino per magazzino.

I Tech Worker (non) sono gli operai del nuovo millennio

Le aziende del Big Tech, nate in larga parte in pieno neo-liberismo e cresciute in maniera rapida e caotica, raramente si sono dovute confrontare con forme di conflitto interno. Certo, si possono raccontare tanti esempi di conflitti individuali ai vertici di queste aziende, come quello tra Steve Jobs e Steve Wozniak, ma sono invece molto più rari gli esempi di conflitti strutturali. O per meglio dire: erano rari fino a pochi anni fa.

Sono sempre più frequenti infatti gli esempi di lavoratori tecnologici che, presa coscienza del proprio ruolo nel sistema di produzione della tecnologia digitale e dei danni che questa porta, decidono di prendere in mano la situazione. Proteste, scioperi, boicottaggi della produzione sono sempre più frequenti, sopratutto in USA. Un fenomeno nuovo, ancora giovane e acerbo, ma che ha squarciato l'illusione della pace sociale e che contesta il Futuro alle utopie tecnocratiche proposte dalla Silicon Valley e riecheggiate in tutto l'Occidente. Partendo da un desiderio latente di giustizia sociale, da una necessità di maggiori diritti per donne, comunità LGBTQIA+ e minoranze etniche, da posizioni anti-militariste ed ecologiste ma anche direttamente da rivendicazioni salariali è in corso una ri-educazione dei lavoratori tecnologici verso la lotta politica e sindacale.

Questo movimento, nato in un mondo ormai consapevole della Complessità, si configura come un ecosistema altamente distribuito e decentralizzato, con radici locali e ambizioni di coordinamento globali. Una galassia di gruppi, organizzazioni, identità, nomi: grandi mangrovie come Tech Workers Coalition e Game Workers Unite, piccole vespe, rapide e implacabili, come Amazon Employees for Climate Justice, microorganismi insediati nel ventre di organizzazioni molto più grandi come sindacati e istituzioni con la capacità di adattarne il microbioma e permettergli di digerire i cambiamenti portati dalle novità del lavoro tecnologico come il Tech Workers Organizing Committee della IWW o laboriosi formicai come Loomio.

Per alcuni viene spontaneo a questo punto ricercare in questi fenomeni similarità con i movimenti operai che hanno costellato l'ascesa del Capitale Industriale. Il nuovo Capitale Digitale, ormai affermato su scala globale, ripete gli stessi pattern.

Per altri invece la modellazione del cognitariato offre un fondamento per inquadrare l'esperienza e il modo produttivo dei lavoratori del settore cognitivo affermatosi con l'ascesa del modello neoliberale. Sebbene questa categoria catturi efficacemente alcuni aspetti nuovi presenti nelle forme di produzione della tecnologia, ne occulta altri fondamentali per comprendere le dinamiche di potere presenti all'interno degli open-space in cui viene sviluppato il software o nelle officine in cui viene progettato il nuovo gadget di turno.

Come in molte forme di lavoro cognitivo, anche nella produzione tecnologica il contributo individuale è difficilmente misurabile. Questo meccanismo nella pratica si traduce in un conflitto tra management e lavoratori per la logica di misurazione. Nella fabbrica fordista questo conflitto si svolge sui numeri dei pezzi prodotti, sulla durata delle pause o dei turni; nel lavoro cognitivo invece ciò su cui si contende è il sistema di misurazione stesso, il processo e, talvolta, l'obiettivo stesso della produzione e gli artefatti con cui arrivarvi. Una sconfitta totale da parte del lavoratore implica la libertà del manager di utilizzare metriche (ovviamente arbitrarie) in grado di dimostrare che nonostante l'impegno del lavoratore, il risultato non è soddisfacente e di conseguenza si auto-legittima a richiedere un impegno maggiore. Un esempio può essere un lavoro di grafica: il giudizio del committente è sempre il metro ultimo con cui si valuta un artefatto grafico e lavori da pochi minuti possono venire registrati come soddisfacenti mentre lavori che richiedono diversi giorni possono venire rifiutati perché non conformi alle richieste, questo con scarso potere di appello da parte del lavoratore.

Semi di resistenza spontanea

In ogni forma di lavoro cognitivo si può osservare questa dinamica di conflitto sul lavoro immateriale ma, io credo, il settore IT ha un tratto particolare: se, culturalmente ed organizzativamente, un manager si sente in diritto di giudicare un artefatto grafico, un testo o una pubblicità a prescindere dalla sua effettiva competenza in materia, lo stesso non si può dire di un software, di un design hardware o di un pezzo di codice. Può giudicarne l'interfaccia grafica e l'esperienza utente, ma raramente può andare più a fondo, banalmente perché le competenze tecniche necessarie sono oltre le possibilità della stragrande maggioranza della classe dirigente ma anche di altri programmatori non specializzati nelle stesse cose. Chi prova ad oltrepassare questa barriera, spesso e volentieri riceve una forte opposizione. Nelle organizzazioni in cui questa è la routine, se il software è una componente critica per l'organizzazione, questa invasione di campo viene riconosciuta comunemente come una potenziale causa di fallimento economico o strutturale dell'organizzazione. Nei rari contesti in cui organizzazioni del genere possono sopravvivere, questa attitudine porta alla creazione di mostri digitali, ostracizzati come anomalie da eliminare. Questo truismo anti-managerialista genera un'area grigia a bassa visibilità che apre ampie aree di autonomia e di potere, non eliminabili con deskilling, standardizzazione e automazione. I Tech Worker utilizzano questa argomentazione, spesso senza consapevolezza, per difendere istintivamente la propria autonomia quando presente (come nel caso dei programmatori) o quando va riconquistata (come nel caso dei grafici).

Perché il deskilling, un pattern apparentemente endemico nel ciclo di vita della maggior parte delle professioni, non sembra impattare l'IT? Per costruire un'argomentazione solida è necessario approfondire cosa esattamente significa produrre software e come evolve nel tempo l'utilizzo di una determinata tecnologia.

Il pattern fondamentale che ogni programmatore intuitivamente comprende è che, col passare del tempo, ogni soluzione ad un problema viene prodottizzata, semplificata e resa disponibile come codice open source. Così un programmatore mediamente qualificato che 10 anni prima avrebbe dovuto spendere migliaia di ore per sviluppare una data soluzione, ora può prendere un componente già fatto, customizzarlo in poche ore e avere una prima versione funzionante del sistema.

Un esempio lampante sono le tecnologie Big Data: se a metà degli anni 2000 solo Google, Yahoo e una manciata di altri potevano davvero permettersi di processare un volume di dati che oggi chiameremmo Big Data, oggi questo tipo di operazioni richiede poche centinaia di ore/uomo per avere una prima iterazione funzionante, la maggior parte delle quali necessarie a configurare una rete di computer su cui eseguire il programma. La logica del programma in sé diventa triviale una volta che si utilizza un Data Processing Engine, software dedicati a semplificare la scrittura di programmi distribuiti su più macchine. Questi software 20 anni fa non esistevano e fu proprio Google a stimolare la nascita del settore ispirando Hadoop, il primo vero Data Processing Engine, ancora in uso ad oggi in molte aziende. Hadoop, e poi Spark, Flink e tutta la genealogia di questi software, trasformano un problema estremamente complesso come la distribuzione dell'esecuzione di una pipeline di processamento dati in un lavoro alla portata di un programmatore non esperto che con poche righe di codice è così in grado di svolgere operazioni prima riservate ad una piccola élite di super-programmatori.

Questo assomiglia alla standardizzazione e automazione che si può incontrare in un contesto industriale, dove l'introduzione di una macchina più potente rimpiazza una frazione corposa della forza lavoro, eliminando la necessità di lavoro manuale. Sarebbe però un errore pensare che questo sia il pattern che si vede nell'IT: quello che si osserva è che semplicemente si espandono le ambizioni e le possibilità di chi produce software, puntando a catturare, processare e comporre informazioni sempre più grandi, sempre più complesse, in maniera sempre più pervasiva. Al momento non sembrano esserci vincoli fisici o sistemici all'espansione di questo meccanismo: la capacità computazionale è, ad oggi, ampiamente sotto-utilizzata e un qualsiasi rallentamento nella sua crescita semplicemente verrebbe compensata ottimizzando il codice esistente per meglio sfruttare l'hardware a disposizione. La domanda di servizi informativi fatica ad essere soddisfatta sotto il capitalismo cibernetico. In più l'offerta di forza lavoro umana necessaria è insufficiente, rallentando il meccanismo. Nulla cresce all'infinito, ma al momento all'orizzonte non si riesce ad immaginare un cambiamento non traumatico che porti ad un rallentamento nella crescita della forza lavoro impegnata nello sviluppo software.

Il modo in cui i lavoratori tecnologici si distribuiscono nell'arco di vita (concettualizzazione –> adozione –> commoditizzazione –> maturità –> declino/plateau) delle tecnologie su cui si specializzano tende a determinare il livello di benessere relativo del lavoratore, prendendo spesso precedenza su altri fattori come l'anzianità. Sebbene questo fenomeno costringa il lavoratore ad aggiornarsi costantemente, spesso a spese proprie e con danni psicologici enormi, garantisce anche una capacità potenzialmente illimitata nel reinventarsi come una nuova figura professionale: se si finisce su un'onda calante, si ha la certezza che investire su un'onda crescente eviterà l'esclusione dal mercato del lavoro, una prospettiva percepita come talmente improbabile da non essere contemplabile.

Ciò concede al Tech Worker una relativa stabilità, ormai inusuale nel mercato del lavoro neoliberale dalla quale può costruire forme di solidarietà, non per disperazione, ma per consapevolezza della propria forza. La certezza percepita di avere sempre una posizione lavorativa disponibile a prescindere dall'andamento dell'economia è tanto importante, sul piano strategico, quanto e forse più della sicurezza economica portata dagli stipendi sopra la media.

I distinguo però non sono finiti e c'è un altro livello di complessità che motiva i Tech Worker nella propria lotta, sopratutto in USA. Se una fetta corposa dei Tech Worker è relativamente protetta, con un contratto a tempo indeterminato, benefit e stabilità, molti altri non hanno questi privilegi nonostante siano parimenti competenti. In un campus di Google è normale vedere seduti fianco a fianco a lavorare sullo stesso pezzo di codice un software engineer “anziano” che guadagna 160k$ RAL e un precario, magari con la stesso livello di anzianità, pagato 90k$ RAL o meno. La differenza? Uno è riuscito a passare il processo di selezione notoriamente bizantino di Google. In una cultura dove la competenza tecnica è la misura della persona che hai di fronte, una situazione simile indispone sia il dipendente interno che il contractor e non esiste narrativa aziendalista che riesca a convincerli di meritare uno stipendio diverso.

Oltre a questi esempi lampanti, esistono innumerevoli storie e casi che alimentano un sentimento diffuso per cui l'intera industria risponde a impulsi irrazionali il cui risultato è insoddisfacente. Caduta l'illusione che più tecnologia possa essere la risposta, a riempire il vuoto arrivano le più disparate ideologie e soluzioni, alcune latenti da tempo, altre inedite e in piena accelerazione. Progressiste, rivoluzionarie, conservatrici o reazionarie, tutte contribuiscono alla politicizzazione di un settore che fino a poco tempo fa era dominio indiscusso del neoliberalismo, capace di difendere la propria posizione con la giustificazione che “la Tecnologia non va politicizzata”. Oggi questo mantra ripetuto ossessivamente per anni nei blog e sui forum di tutta l'Internet, ai meetup, alle conferenze, suona fiacco.

Una volta esclusiva degli ambienti più radicali e di nicchia, frasi come “deve intervenire lo Stato”, “il problema è politico, non tecnologico”, “bisogna abbattere l'attention economy”, “il Capitalismo è incompatibile con la Tecnologia Etica”, “bisogna nazionalizzare Facebook” non sono più così rare e non vengono più scartate come il blaterare dell'ennessima zecca venuta a disturbare le grandi menti impegnate a discutere i meriti della licenza GPL in confronto alla MIT.

Sarebbe però un errore credere che le sinistre, sia radicali che moderate, sia anarchiche che stataliste, sia lavoriste che anti-lavoriste, siano le uniche forze in entrata in questi spazi. Sopratutto in America, ma ormai purtroppo anche in Europa, le nuove ondate di Anarco-Capitalisti, Libertariani, NRx e altre ideologie di estrema destra si affermano, tra le altre, spinte tanto dall'alto quanto dal basso, forti di una base valoriale più compatibile con lo status quo dell'Ideologia Californiana in disgregazione. La battaglia è ancora aperta e il senso di urgenza pervade le strategie dei Tech Workers.

Identità

Il problema delle Identità è centrale e ricorrente nell'esperienza dei Tech Workers. Chi è un Tech Worker e chi no? Che identità vogliamo costruire per noi stessi? Cosa ci muove e verso quali fini? In un vuoto di narrative alternative e nel vuoto ideologico di cui abbiamo parlato poco sopra, la possibilità e la necessità di costruire identità condivise e funzionali alle strategie di mobilitazione dei lavoratori diventano un'occasione imperdibile per persone che sono state quasi sempre raccontate da altri.

Da un lato il pop che presenta tutti come nerd bianchi, giovani, infantili e smanettoni, che con un colpo di genio riescono a fare i miliardi. Dall'altro ambienti anarchici e socialisti spesso ostili a tutto ciò che è tecnologia digitale e che appiattiscono le differenze tra i CEO e i lavoratori delle aziende tech, registrando solo gli effetti di una macchina disumana che produce tecnologie a fini malvagi con in mente il profitto e lo sfruttamento, condannando tutti indistintamente come colpevoli. A questo fa da contraltare l'eroismo cyberpunk dell'hacker sovrumano e onnisciente, stereotipo a sua volta appropriato dal Capitale Digitale e mescolato a quello del nerd ingenuo ma geniale per creare ibridi abominevoli: startupper “anti-sistema” impegnati in una crociata solitaria per trasformare il proprio genio in una forza purificatrice capace di spazzare via le storture dello status quo. Crociata che sperabilmente si concluderà con enormi profitti per l'hacker-startupper e la creazione di un nuovo mattoncino per ampliare la distopia digitale in cui viviamo. Raccontarsi con la propria voce invece di farsi raccontare da altri è un primo passo necessario per trovare l'unità necessaria a portare avanti qualsiasi rivendicazione.

Questo movimento ha quindi il duplice compito di presentarsi come qualcosa di riconoscibile e inclusivo tanto verso la maggioranza di nerd conformi quanto verso le nuove generazioni che stanno portando nuovi elementi culturali, nuovi rituali, nuove estetiche.

Un conflitto già in atto da alcuni anni nel settore, alimentato dall'insofferenza per l'estremo nerd-machismo sedimentato in decenni di maschi dalle scarse competenze sociali e dall'empatia nulla, capaci di operare esclusivamente in un contesto di competizione. Questi, riconoscendo esclusivamente la competenza tecnica come metro di misura tanto della persona quanto del lavoratore, hanno selezionato negli anni principalmente propri simili come colleghi, creando ambienti di lavoro tossici e definendo, come effetto secondario, un ambiente ostile non solo alla solidarietà ma anche alla semplice comunicazione interpersonale. Inutile dire come il management non abbia mai avuto problemi ad assecondare queste tendenze per lungo tempo. Un'inversione di rotta si è avuta nell'ultimo decennio nel momento in cui la necessità di maggiore forza lavoro e di stipendi più bassi ha forzato il settore all'inclusione di persone con un passato e un'identità diversi.

Questo conflitto sta venendo capitalizzato dai Tech Worker per presentarsi come tedofori di una nuova visione del settore tecnologico, contaminando le logiche meramente identitarie dei liberal anglo-sassoni con discorsi più radicali. “Senza solidarietà e lotta di classe, le minoranze saranno sempre oppresse.”

Oltre alla tribù dei battitasti, il movimento dei Tech Worker punta al riconoscimento da parte delle sinistre radicali variamente ostili all'inclusione di programmatori e sistemisti tra le loro fila.

“Sono colletti blu o colletti bianchi?”

“Sono troppo privilegiati per essere radicalizzati.”

“La tecnologia è uno strumento di oppressione del Capitale e loro la abilitano”

Consapevoli di queste critiche, non completamente infondate, i Tech Worker puntano a far emergere la complessità del settore, mostrando cosa esiste oltre al programmatore strapagato di Google: precarietà diffusa, supply chain del software che coinvolge lavoratori del terzo mondo con stipendi miseri, discriminazioni strutturali e individuali. Anche per le posizioni apparentemente migliori esistono lati oscuri: straordinari non pagati, burnout, violenza psicologica, sviluppo di dipendenze da Adderall, cocaina o altre sostanze per reggere i ritmi di lavoro.

Al momento della stesura dell'articolo, questo processo di sviluppo dell'identità è a mio parere ancora in una fase embrionale. Un progetto in divenire. Nonostante questo le tante anime del movimento dei Tech Worker sembrano avere un'idea condivisa, per quanto vaga, di come dovrebbe essere il lavoratore dell'IT:

  • proveniente da background sociali diversi
  • dotata di competenze tecniche pienamente integrate da capacità critiche e in grado di ragionare sui problemi degli umani tanto quanto su quelli delle macchine
  • vede l'impatto del suo lavoro sul mondo non come una serie di puzzle da risolvere ma come un intervento delicato in un sistema di equilibri complessi
  • comprende l'importanza della dimensione sociale nella produzione tecnologica e come questa venga influenzata dai sistemi di valori delle persone e delle organizzazioni coinvolte
  • è consapevole di essere una lavoratrice e che i propri interessi possono essere in conflitto con quelli di chi controlla l'azienda in cui lavora

Un tema su cui invece c'è più confusione è quello della competenza tecnica come valore. Da un lato si vuole essere inclusivi e non discriminare persone all'inizio del proprio percorso di apprendimento. Inoltre un ridimensionamento dell'importanza della competenza tecnica aprirebbe alla solidarietà con persone che svolgono lavori diversi nella stessa industria; idea cavalcata, ad esempio, dalla definizione molto precisa di Tech Worker adottata da Tech Workers Coalition: Tech Worker è chiunque contribuisca col proprio lavoro alla produzione di tecnologia. Questo include indistintamente i lavoratori manuali, cognitivi, programmatori, personale delle mense e delle pulizie, sistemisti, rider e autisti di Uber/Lyft e via di questo passo.

Dall'altro lato però la competenza tecnica è un elemento identitario consolidato e necessario per scardinare da una posizione di forza le strutture machiste di cui si è parlato in precedenza. Non solo: una politica “muscolare” finalizzata allo sviluppo e alla disseminazione delle competenze, verso i singoli e verso le organizzazioni, offrirebbe una base solida per un approccio pragmatico, capace di far presa su persone non abituate agli stilemi dell'attivismo e della politica partecipata. Noiosi dibattiti, lunghe assemblee che conducono a tante domande e poche risposte, eccessi di orizzontalismo e paralisi decisionali sono tratti visti con sospetto da molti Tech Worker e causa di forte attrito.

Sarebbe un errore cercare di imporre valori, forme e rituali delle sinistre su una massa che fino ad oggi ha fondato la propria identità sul pragmatismo, la depoliticizzazione degli spazi e la risoluzione eterodiretta dei problemi. Se il mondo dell'attivismo, sopratutto anarchico, non si pone problemi nell'avere inefficienze e prioritizza spesso la consultazione e il dibattito, i Tech Worker anche quando allineati ideologicamente, preferiscono strutture decisionali più strutturate ed efficienti. Di contro questa mentalità viene talvolta accolta con ostilità dagli attivisti, che nei rituali democratici e comunitari trovano una giustificazione morale al loro operato mentre interpretano il pragmatismo dei Tech Worker come riproduzioni delle forme organizzative del Capitale, orientate all'efficienza e all'obbedienza. Le attuali forme organizzative in larga parte coinvolgono la minoranza di Tech Worker già capaci di esistere in entrambi in mondi e di operare tramite logiche multiple a seconda del contesto.

L'apertura a forme di organizzazione diverse pone però un forte filtro all'inclusione diretta dei Tech Worker incapaci di adattarsi alle forme dell'attivismo e lo sviluppo di una pratica “mista” ed inclusiva è necessario per generalizzare le strategie organizzative adottate finora. L'obiettivo è integrare due visioni diametralmente opposte dei processi decisionali: da un lato l'approccio iper-razionale che vede la discussione come uno strumento per arrivare ad una soluzione oggettivamente ottimale, scremandola del superfluo. Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla. Dal lato opposto una visione dei processi decisionali come processo per raccogliere la volontà collettiva e sintetizzarla in azioni che rispecchino i valori particolari dei partecipanti.

Una soluzione temporanea adottata da molteplici gruppi, in primis Tech Workers Coalition, è un'operatività su due livelli: democratica, partecipata, collettiva al suo interno e pragmatica, snella, lineare nelle aziende, durante le proteste e in generale durante le interazioni con individui e organizzazioni esterne, lasciate libere di organizzarsi secondo i propri tempi e modi ma guidati da obiettivi chiari e processi semplici, in cui le varie organizzazioni di Tech Worker fungono da facilitatori.

Esistono però numerose aree in cui si può osservare una compenetrazione tra il tema tecnico, familiare all'odierno programmatore, e il tema politico che gli è alieno. Ad esempio, ogni lavoratore tecnologico sa perfettamente quanto le logiche di produzione capitaliste siano incompatibili con la qualità del software. C'è chi lo accetta come inevitabile, chi è rassegnato e chi lo combatte, ma nessuno crede che la pressione competitiva di un'economia di mercato, associato ai tempi ridotti e allo stress che essa genera, porti ad un incremento della qualità, affidabilità, resilienza e correttezza di un software. Questa contraddizione è una delle tante leve su cui le Tech Worker provano a sedurre i tanti che pongono la qualità di ciò che producono come priorità assoluta nella loro attività quotidiana, ostacolati appunti da interessi aziendali invasivi giustificati dai desideri dei clienti o del mercato.

Offrire protezione per esprimere in tranquillità le proprie capacità tecniche è spesso una prospettiva più allettante per il lavoratore rispetto ad un aumento salariale. Discorsi simili possono essere fatti anche per gli usi per cui il software viene utilizzato: è molto forte la percezione di molti, anche non radicalizzati, che buona parte dell'industria IT non produca nulla di valore per nessuno. Avere un'alternativa capace di avere un impatto positivo sulla collettività è un altro desiderio profondo del lavoratore tecnologico: sottolineare come le promesse dell'Ideologia Californiana abbiano trasformato la società in una distopia noiosa allontana spesso e volentieri il lavoratore dal condurre nuovi tentativi all'interno della forma mentis neoliberale. Mettere sul tavolo nuove sfide, nuovi problemi, nuovi obiettivi è quindi una prassi estremamente efficace per un pubblico cresciuto nella convinzione di poter piegare natura, società e politica ai propri voleri.

Ci sarà tempo per educarli e spiegargli che l'eccesso di tecnopotere è uno dei mali del nostro tempo e che non possono essere arbitri del futuro della società, come provano a fare Mark Zuckereberg o Jeff Bezos.

La prospettiva italiana

Ciò di cui abbiamo parlato finora sta avvenendo principalmente negli USA, la Capitale dell'Impero. Qui nella provincia le cose sono un po' diverse: è diverso il tessuto produttivo, è diversa l'identità, sono diversi il volto e la mano del Capitale, è diversa la storia dei movimenti sindacali, sono diversi i valori. Tuttavia la maggior parte dei fenomeni descritti in precedenza hanno avuto un impatto culturale e materiale, digeriti in modo diverso, distorcendosi o adattandosi al caso locale.

L'Italia è una colonia del neo-imperialismo americano in tante forme, ma è quantomai evidente quando si parla di produzione del software e delle nuove tecnologie in generale. Sia nella narrativa sia nella pratica, l'Italia è un mercato remoto per l'export tecnologico che partecipa in maniera principalmente passiva al processo.

L'Italia è una terra di amministratori e politici ingenuotti, pronti a scambiare perline di vetro in cambio dell'accesso incondizionato ai dati dei cittadini, al contrario di Francia, Germania e degli organi UE che un minimo di coscienza su questi temi, lentamente, la stanno sviluppando.

L'Italia è un pool di talenti da assorbire. Un sistema universitario con i suoi problemi ma tutto sommato valido e capace di produrre competenze che, con un abile trucco, è stato orientato a produrre laureati per mercati che in Italia non esistono o sono troppo piccoli. Così i migliori emigrano. USA, UK e di recente anche altri hub tecnologici come Berlino, Barcellona e Parigi ne beneficiano senza spendere un euro in formazione.

Infine l'Italia è un enorme fonte di appalti pubblici e privati. Aziende estere assumono programmatori italiani, prendono commesse italiane per produrre software da vendere ad altri italiani, mangiandosi enormi margini. La torta viene spartita da una manciata di nomi che si contendono l'accesso a questa miniera d'oro, escludendo nel mentre chiunque cerchi di entrarvi in maniera competitiva. Per le aziende italiane rimangono le briciole, i progettini, i siti vetrina per gli agriturismi di Civitella di Romagna. Qualche fortunato riesce ad entrare in questo sistema, fatto di lottizzazioni occulte, mazzette, giochi di palazzo ma sono piccole eccezioni che tendono a rinforzare lo status quo più che metterlo in discussione. Questo sistema non solo sifona un'enormità di fondi, ma produce software di scarsa qualità per riprodursi e continuare a crescere, impedendo la formazione di un tessuto produttivo autoctono e connesso con le realtà locali.

Questo soffocamento avviene sia dirottando fondi verso l'estero ma sopratutto ingabbiando fette consistenti di neo-laureati e neo-diplomati in gironi infernali di consulenza, fatti di ritmi forsennati, straordinari non pagati, software scritto di fretta, ambienti di lavoro tossici e totale sottomissione alle richieste di clienti e manager. Il tutto poi per stipendi relativamente bassi. Il meccanismo di ritenzione delle vittime di questo sistema è complesso ma si può cercare di definirlo come una convergenza di vari fattori: molti di questi lavoratori vengono assunti appena usciti dall'università o dalla scuola, attraverso meccanismi di recruitment predatorio che cerca di intercettare gli studenti prima che questi possano avere tempo di sviluppare le competenze per navigare il mondo del lavoro e comprendere le alternative. Vengono poi sottoposti ad un lento lavoro di condizionamento, che spesso inizia dal colloquio, al fine di normalizzare le pratiche lavorative e gli obiettivi della consulenza, spesso diametralmente opposti a quelli comuni nel resto dell'industria IT. La formazione è rara, spesso lasciata al lavoratore e talvolta su tecnologie utilizzate principalmente in consulenza. Per chi, dopo diversi anni di questa vita, si ritrova a guardarsi intorno la situazione appare grigia: queste esperienze sul curriculum hanno valore principalmente per altre società di consulenza. D'altronde chi può, evita di assumere una persona probabilmente psicologicamente massacrata e tecnicamente allineata ad un modo di lavorare incompatibile con ciò che si fa al di fuori della consulenza. Il percorso di riconversione è sempre possibile ma è spesso arduo e penalizza il lavoratore ben oltre il termine del proprio contratto in consulenza.

L'altro lato della medaglia è quello della piccola consulenza. Un esercito di P. IVA adibita allo sviluppo di e-commerce, siti vetrina, adattamenti di software gestionale e tanto altro lavoro “umile” per gli standard estetici e sociali del settore ma fondamentale per la digitalizzazione dell'Italia. Disillusi dalla classe imprenditoriale, decidono di mettersi in proprio e prendersi tutti i rischi del precariato in cambio di un guadagno dignitoso e della libertà dagli abusi psicologici dei caporali da ufficio, spesso rimpiazzati dai clienti in questo ruolo.

Il panorama è quindi estremamente diverso da quello Americano e irrimediabilmente i primi germogli del movimento, consapevoli di queste differenze, hanno la necessità di riadattare, rimappare, ripensare tanto le premesse quanto le strategie di un movimento come quello dei Tech Worker che per quanto abbia ambizioni internazionaliste, nella pratica risulta essere un prodotto locale.

India, Cina e in misura minore anche l'Africa sub-sahariana (in particolare la Nigeria) stanno vedendo nascere movimenti categorizzabili sotto lo stesso ombrello ma con tratti necessariamente diversi e con un dialogo estremamente limitato con le controparti del Nord Globale.

Queste esperienze diverse sicuramente saranno in grado di produrre spunti utili e necessari all'arricchimento dell'arsenale concettuale dei Tech Workers italiani, schiacciati tra la possibilità di avere un IT comparabile perlomeno con quello delle altre nazioni europee e una realtà materiale fatta di consulenza, outsourcing e piccoli sviluppi che rassomiglia di più al Karnataka che a Londra.

Tra questi due estremi si pone lo sviluppo di un discorso e una strategia autonoma. Esistono elementi per ambire a costruire un movimento dai tratti esclusivamente italiani: la nostra lunga storia sindacale e la teoria che ci stava dietro (ampiamente recuperata in USA in questi ultimi anni), il mito dell'imprenditoria socialista di Olivetti, la narrativa dell'eccezionalismo italiano che si riverbera magicamente anche sulle competenze in fatto di sviluppo software e imprenditoria digitale. Elementi tuttavia troppo deboli per stare in piedi sulle proprie gambe e troppo disconnessi dalla supply chain tecnologica globale. L'ambizione di un'autonomia tecnologica italiana, tanto più se guidata dal basso, è ancora più irrealistica di un'autonomia tecnologica europea. Questa strada, a mio parere, è un vicolo cieco e confido che nessuno al momento la stia percorrendo.

Titanomachie e Venture Communism

Il movimento dei Tech Workers, sebbene molteplice e decentralizzato, è soggetto ad una tensione da parte di due energie ben distinte, idealmente allineate verso un obiettivo comune ma nella pratica spesso in competizione per le risorse e le competenze che il movimento può spendere.

Da una parte c'è la strategia di reazione: controllare o distruggere Big Tech, sindacalizzare l'IT, coordinare un intervento pubblico per indebolire o scorporare le aziende che ad oggi creano più danni alla società o che sfruttano più marcatamente i Tech Workers. Il punto di partenza è l'analisi e la critica alla situazione attuale e l'obiettivo finale è appropriarsi della macchina-sistema e piegarla al proprio volere, vuoi come collettività, vuoi specificamente come Tech Workers.

A ciò si contrappone invece una strategia creativa: la macchina attuale è perduta. Il programma è troppo ingarbugliato e opaco, è inutile provare a debuggarlo. Bisogna riscriverlo da capo. Se alcune voci di minoranza si immaginano uno scenario rivoluzionario con un'IT di stato progettato dall'alto e costruito a tavolino, molte altre sono all'opera per elaborare pratiche, creare imprese e imbastire progetti politici in grado di costruire una macchina nuova, indipendente, che si nutra delle forze, delle competenze, delle esternalità e talvolta del capitale stesso di Big Tech per trasferire valore dal sistema capitalistico ad un sistema parallelo, capace di avere un impatto virtuoso sugli individui e sulle comunità in forme non riappropriabili dal Capitale.

Portiamo un po' di esempi concreti: a livello locale, la strategia di reazione si materializza in lotte per la sindacalizzazione all'interno delle aziende, proteste a difesa dei diritti dei lavoratori, su questioni etiche, campagne di sensibilizzazione su specifici temi e scelte delle aziende come ad esempio contratti con i militari, lavoro politico all'interno di partiti e istituzioni e talvolta sabotaggi.

Il lato creativo invece si compone ad esempio di cooperative attive nello sviluppo del software più disparato, come ad esempio Loomio, FairBnB.coop o la nostrana Scuola Open Source ma anche in forma di piattaforma partecipata come Up and Go o addirittura reti di cooperative, come CoopCycle. Non solo cooperative, ma anche spazi di formazione culturale e discussione, estetiche utopiche come il SolarPunk e il LunarPunk, in cui l'elemento tecnologico è sempre centrale, o speculazione collassista, per cui la priorità è sfruttare la stabilità e il benessere relativo della nostra società per sviluppare il software e l'hardware che sarà necessario dopo il collasso della supply chain globale. Infine in questa categoria potrebbero ricadere tante pratiche meno consapevoli e che puntano ad aggiornare le ideologie hacker, FOSS e in generale di autonomia tecnologica verso una direzione più consapevole e magari più comunitaria. Ultima menzione va a tutto il mondo della CryptoLeft e della nuova cibernetica socialista, che con blockchain, IoT e tante altre innovazioni recenti e meno recenti cercano di creare, in piccolo, sistemi produttivi e monetari alternativi in maniera eterodiretta, esplorando “in vitro” i problemi e le opportunità offerti da un capovolgimento delle relazioni economiche.

La contrapposizione e occasionale compenetrazione tra queste due pulsioni è fondamentale per interpretare le azioni e le iniziative dei Tech Worker. Risolvere le frizioni ed elaborare una strategia condivisa, concettualizzando come queste due macro-strategie possano interagire virtuosamente è un'altra delle questioni irrisolte di questo movimento: se è chiaro che entrambe abbiano punti di forza tali per cui non sia possibile considerarne soltanto una, molto meno chiaro è come possano sviluppare sinergie. Oggi la mediazione si riduce a dare priorità maggiore ad una delle due: abbattere Big Tech per permettere ad un nuovo tessuto produttivo tecnologico di fiorire o creare un'alternativa solida per togliere ossigeno alle corporation fino a soffocarle?

Questa dualità tuttavia permette al movimento di presentarsi in forme diverse nelle varie realtà locali. Un esempio banale è proprio l'Italia: la battaglia contro le aziende di consulenza di per sé non è sufficiente a costruire un progetto politico ma al più una campagna di sindacalizzazione, fatta di obiettivi piccoli e, nel migliore dei casi, di vittorie piccole. Per un sindacalismo nostrano già carente di ambizioni, accontentarsi di piegare queste aziende a concedere un po' più di salario e rispettare gli orari probabilmente si rivelerebbe una strategia inconcludente, incapace di ispirare i lavoratori alla mobilitazione.

Un'altra dimensione di conflitto che i Tech Workers fanno propria, al netto dei limiti della loro prospettiva internazionalista, è l'idea di una coordinazione di scioperi e proteste su scala mondiale. Lo sciopero globale di Google del 2018 è stato una “Proof of Concept” su come coordinare i lavoratori di una multinazionale verso azioni distribuite su più continenti, mostrando come la rete umana e digitale presente in queste aziende e necessaria allo sviluppo di tecnologie software potesse essere dirottata e piegata a scopi di agitazione. Il tempo ci dirà se il C-level di queste grandi aziende sarà in grado di controllare e monitorare le reti interne senza perdere la fiducia dei dipendenti e la produttività che deriva dal libero flusso di informazioni.

Il passo successivo, sogno proibito del sindacalismo da tempo immemore, sarà la costruzione di reti e strumenti capaci di coordinare sforzi attraverso la supply chain globale, composta di aziende diverse, lavoratori con valori e culture talvolta inconciliabili e relazioni di produzione eterogenee. Il Tech Worker, custode ed ingegnere del flusso di informazioni, inevitabilmente immerso in una dimensione di produzione globale, ha le carte in regola per fornire un nuovo approccio che si vada ad integrare con i vari tentativi presenti e passati di formazione di un vero sindacato globale.

L'utopia è il compromesso

Il conflitto deve avere obiettivi chiari e necessariamente utopici. Serve qualcosa di più, serve un'alternativa: spendere 8 ore al giorno invece che 9 a costruire un orrido accrocchio che decide chi è meritevole di un prestito e chi no è un miglioramento, ma non un miglioramento per cui vale la pena mettersi in gioco. La fuga individuale dal tritacarne sarà sempre una soluzione più vicina, più facile, più razionale. A questa battaglia mancano i toni epici che possono convincere un lavoratore di Google a restare e combattere: un cambiamento negli equilibri di potere in Google può riverberarsi sulla vita di miliardi di persone. Il privilegio della battaglia campale ci è precluso al di qua delle Alpi e quindi bisogna andare in un'altra direzione, più umile forse ma altrettanto ambiziosa: costruire qualcosa di nuovo, di utile, di soddisfacente per il lavoratore, di slegato dalle logiche perverse del settore IT. Al netto della sostenibilità economica delle alternative, un problema in Italia come altrove, i salari relativamente bassi del nostro paese rendono meno traumatica la prospettiva di una fuoriuscita dai circuiti produttivi dominanti: se in USA il lavoro nell'IT è spesso un patto col diavolo in cui in cambio di moneta sonante si chiede di chiudere un occhio sull'impatto del proprio lavoro, questo non è vero in Italia. Al tecnico nostrano è sufficiente dare una briciola di salario e sicurezza in più rispetto alla precarietà diffusa per tenerlo nei ranghi. Rinunciare a questa briciola in cambio di un'esperienza lavorativa nettamente migliore e allineata alla propria morale richiede uno sforzo chiaramente inferiore rispetto alla scelta di fronte a cui può essere posto un lavoratore americano.

L'incentivo però deve essere concreto e le alternative non possono basarsi sulla buona volontà e senso di sacrificio dei Tech Worker: sono imprescindibili una ridefinizione della narrativa e la proposta di un cambiamento concreto nell'IT e fuori, che si coniughino in maniera virtuosa alle aspettative e alle ambizioni dei Tech Worker. Le posizioni in difesa, il localismo, il compromesso, la gracile e stentorea opposizione all'avanzata del Capitale hanno intossicato il mondo progressista per decenni, all'inseguimento di una generalizzazione del cambiamento che non è mai arrivato. L'attitudine disfattista e l'auto-sabotaggio sono inconciliabili con la volontà di generazioni di tecnici educati alle potenzialità sconfinate della tecnica.

Il mondo politico e sindacale non può più rimandare il dialogo con questi lavoratori per orientarli alla democrazia e alla solidarietà che mancano nel loro curriculum. In questo dialogo, mi auspico, i progressisti potrebbero ritrovare la volontà di pensare in grande, di immaginare utopie e al contempo di appropriarsi del pragmatismo ingenuo e talvolta irresponsabile che permea l'ethos dei Tech Worker: meglio provare cento volte e fallire novantanove volte che non provare per paura di sbagliare, di ripetere gli errori di chi è venuto prima di noi, di umiliarsi di fronte ai nostri pari, di sprecare le nostre energie e quelle altrui. La libertà di sperimentare e di sbagliare, la libertà di reinventarsi, la libertà di non farsi appesantire da un bagaglio ideologico ingombrante sono necessarie per generare nuove forme, nuove idee, nuove strategie ed è troppo importante per lasciarlo agli startupper della Silicon Valley e alle nuove destre.

Questo articolo è parte di una serie che sperabilmente porterà alla creazione di un articolo aperto sul tema della disseminazione tecnologica e la narrativa su come è compresa e svolta in occidente. Gli articoli saranno leggibili indipendentemente uno dall'altro o come un corpo unico.


Letture propedeutiche:

The Californian Ideology


Traduzione dell'articolo in lingua originale


Il termine “hacker” è stato utilizzato da così tanti individui e movimenti che oramai è totalmente priva di significato. Sebbene all'origine il termine indicasse un ristretto gruppo di appassionati di tecnologia, lentamente prese ad evolversi per indicaure un'intera sottocultura, successivamente frammentatasi in una costellazione di movimenti tecno-politici. Negli anni, il termine venne pienamente assorbito dalla startup-culture. Diventò un termine utilizzato sia dai lavoratori tecnici che dai manager per identificarsi in un'idea di successo come definito dall'Ideologia Californiana. Lo sforzo imprenditoriale venne quindi rappresentato come un attacco allo status quo, al buon senso e ai vincoli che limitano i concorrenti (pensare out of the box). L'hackerismo diventò quindi un elemento di auto-promozione, personale e aziendale.

Ad oggi il termine viene utilizzato nei media mainstream soprattutto per identificare gli hacker che lavorano nell'ambito della sicurezza o utilizzato in modo improprio per identificare i cracker professionisti o non professionisti. Il termine è stato riappropriato da svariati attori del panorama tecnologico, sociale e politico al punto che un tentativo di comprensione della parola pone di fronte a contraddizioni apparentemente inconciliabili. Che cosa ha a che fare un “growth hacker” (fondamentalmente un businnes analyst con la polo invece che con la cravatta) con un hacktivista che cerca di distruggere il capitalismo neoliberale attaccando le banche o sviluppando un'applicazione di messaggistica? Sono imparentati con un esperto di sicurezza cinese che cerca di distruggere le infrastrutture di qualche azienda americana?

“NO!” urlerebbe l'hacktivista: “Io sono l'unico degno di usare questa parola, perché essere un hacker significa essere contro il sistema”. Lo sviluppatore startupparo invece risponderebbe: “Zio, anche io sto combattendo il sistema. La mia company sta cercando di rivoluzionare il mercato dei filtri per le docce. Questo settore è una mafietta di vecchi capitalisti che non ha mai provato a migliorare il prodotto. Li butteremo fuori e creeremo un mondo di docce migliori.” L'hacker cinese non parteciperebbe proprio alla discussione perché non gli interessa nulla di queste ideologie e si è semplicemente ritrovato l'etichetta appiccicata addosso dagli occidentali.

Ci sono tante categorie a cui piace farsi chiamare hacker ma l'obiettivo di questo articolo è parlare di uno specifico sottoinsieme che ora proveremo a definire. Alcuni li chiamerebbero “hacktivist”, ma è un termine ancora troppo largo. Ci interessano specificamente quegli hacker che si percepiscono come politicamente impegnati, consapevoli e orientati su posizioni progressiste, intese nel senso più lasco e superficiale del termine: espandere i diritti naturali o artificiali a quante più persone possibile.

Tra questi vogliamo considerare solo quelli che operano attivamente nell'analizzare sistemi tecno/sociali o artefatti tecnologici, oppure per svilupparne di nuovi. Vogliamo lasciare fuori da questa discussione quelli che non sono politicizzati e quelli che mantengono posizioni reazionarie, pro-capitaliste o apertamente razziste. Lasciamo fuori inoltre tutti quei cracker (individui o collettivi) che negli ultimi decenni hanno attaccato sistemi industriali e governativi per estrarre e pubblicare informazioni sensibili che, secondo loro, dovevano essere condivisi con il pubblico. Menzioniamo come esempio Phineas Fisher.

La prospettiva hackerista

Considero l'identità hacker una potente fonte di motivazione. Catalizza la produzione di tecnologia all'esterno dei processi convenzionali di sviluppo tecnologico. Considero inoltre questa identità come indissolubilmente legata ad un pesante bagaglio ideologico e metodologico che, in ultima analisi, limita l'impatto della “tecnologia hackerata” alla liberazione delle persone e al miglioramento delle loro condizioni materiali, psicologiche e spirituali, un miglioramento che è spesso l'obiettivo dichiarato di molti hacker.

Definiamo la prospettiva hackerista:

La prospettiva hackerista è un tentativo di alterare la tecnologia per ragioni politiche tramite una ridefinizione dell'uso di artefatti tecnologici senza curarsi di modificare il processo che ha prodotto tale tecnologia.

Segue come corollario: I processi e i sistemi che producono tecnologia vengono messi in discussione, attaccati, conquistati, ma mai ridefiniti.

La prospettiva hackerista è per definizione anti-politica, poiché ridefinire processi e sistemi richiede un'attività politica per convergere verso un compromesso. Uno specifico modo di usare una tecnologia è codificato dalla struttura sociale che la utilizza. Tale uso codificato non può essere inserito nell'artefatto stesso senza modificare il contesto sociale.

La prospettiva hackerista non è in grado di contemplare questo tipo di complessità: per continuare a dare valore e significato agli sforzi della collettività hackerista, finisce per riutilizzare, ribaltandoli, i miti dell'Ideologia Californiana. Dove la Silicon Valley infonde nella propria tecnologia un Potere salvifico, l'hacker vede una Divinità del Controllo. Nuove tecno-divinità, più pure, più morali vengono create dall'hacker per liberare gli umani dall'oppressione degli antichi tecno-demoni, corrotti e malvagi, creati dalle corporation.

Restringere le proprie pratiche al piano tecnico e cancellarne le implicazioni sociali e ideologiche è l'unica opzione disponibile dopo aver abbracciato una visione del mondo che vede la battaglia per la libertà come un conflitto di competenze tecniche. Uno scontro macista di intelletti individuali o collettivi invece che un conflitto fluido di corpi e comunità umane contro il capitale.

La prospettiva hackerista nel mondo reale

Il mondo intorno a noi come viene influenzato dalla prospettiva hackerista? Come influenza la controcultura Tech? Come influenza gli artefatti che vengono prodotti? È una categoria vuota o una categoria utile a rifuggire gabbie ideologiche?

Essendo un'identità liquida e mancando di una struttura chiara ed organizzata, la comunità hacker è difficile da ridurre ad uno specifico gruppo di persone, obiettivi e progetti perciò è necessario utilizzare categorie più precise.

Partiamo da un fatto: un gran numero di attivisti in giro per il mondo vogliono resistere all'impatto negativo della tecnologia sulle nostre vite e vogliono limitare lo strapotere del mondo corporate sulle società, gli individui, le masse organiche e gli spazi in tutto il mondo. Buona parte di questi si identifica come hacker o hacktivist. A questa moltitudine di prospettive, prese come un'entità unica, si possono attribuire sia i successi sia i fallimenti nei diversi obiettivi in cui la moltitudine si riconosce.

Il bilancio di questa impresa collettiva hackerista è profondamente negativo. Oggi la multitudine hacker è incapace di produrre alternative pervasive, produrre soluzioni accessibili e scalabili e in ultimo, contrattaccare all'interminabile invasione degli spazi pubblici e privati da parte di Big Tech. Come molta della sinistra post-sessantottina, gli hacker sono contenti di resistere all'assalto, rallentando leggermente le forze capitaliste che continuano ad operare ad un livello e con un'intensità irraggiungibile per la “Resistenza”. Il risultato è la creazione di piccoli spazi di sicurezza che diventano sempre più difficili da difendere e a costi di manutenzione sempre più alti.

Prendiamo ad esempio la comunicazione sicura tramite internet. La moltitudine ha prodotto negli ultimi anni numerose soluzioni usabili per permettere di scambiare messaggi e file in maniera relativamente sicura a tutte le persone con dimestichezza tecnica senza bisogno di investire troppo tempo nella configurazione dei propri sistemi. Sebbene questo risultato sia estremamente efficace nel proteggere i membri della moltitudine e altre figure come giornalisti, whistleblowers e dissidenti politici, sembra incapace di generalizzarsi e raggiungere le massi. Probabilmente molti hacker vi direbbero che questo non è mai nemmeno stato un vero obiettivo. I pattern di localismo prefigurativo collassato in sistemi di valore autoreferenziali è identico a quelli che si possono osservare in tante nicchie della Sinistra.

L'incapacità di generalizzare e scalare le proprie soluzioni (con qualche eccezione tra cui alcuni Free Software e design hardware come Arduino) sembra essere il pattern comune in tutte le “battaglie tecnologiche” combattute dalla moltitudine. Un cambiamento che è ristretto ad una élite di persone tecnicamente competenti è un cambiamento che non è né duraturo né profondo. Riprodurre all'infinito la propria indipendenza personale da Big Tech non è una battaglia per la liberazione dell'umanità. Allo stesso modo, l'elaborazione teorica o l'analisi in ambito accademico che fallisce nel produrre risultati nel mondo reale è nulla se non un atto masturbatorio eseguito da una classe media di accademici, artisti e operatori culturali. È forte e un po' inquietante la somiglianza tra questi due mondi, la moltitudine hackerista e la moltitudine politico-culturale della sinistra occidentale, nonostante abbiano radici molto diverse.

La prospettiva hackerista è sufficiente per spiegare questa limitazione: operando esclusivamente a livello tecnico puoi ottenere solo determinati tipi di succcessi e gli altri vi sono preclusi. In aggiunta, esiste una sequela di soluzioni tecniche molto in voga a cui gli hacker attribuiscono potere liberatorio: il free software, le soluzioni decentralizzate, le soluzioni federate, la cifratura delle comunicazioni, la computazione lato client finalizzata alla data ownership e così via.

Di recente le soluzioni federate sembrano essere particolarmente di moda. Vengono riposte grandi speranze in Mastodon, un clone federato di Twitter che replica in larga parte l'esperienza utente e l'interfaccia di un software progettato per estrarre dati dagli utenti e farli interagire in maniera rapida, conflittuale e tossica di modo da massimizzare l'engagement e l'attenzione. La maggior parte di queste scelte di design sembra non esser stata messa in discussione. Questo non sembra comunque essere un problema dato che la maggior parte delle istanze sono popolate o da persone LGBTQ+ o attivisti di sinistra o hacker. E ovviamente fascisti: neo-nazi, suprematisti bianchi, libertari di destra e così via. Siccome non gli è consentito organizzarsi su piattaforme commerciali, fanno uso di qualsiasi tecnologia che riesca a dargli libertà dal sistema di controllo della società liberale. Uno scenario per cui Mastodon sembra non avere contromisure efficaci e una conseguenza inaspettata della creazione di questo software. Come sempre, il creatore della tecnologia non sarà ritenuto responsabile per aver dato uno strumento utile ai fascisti. Inoltre non sembra esserci evidenza che Mastodon sia in grado di frammentare il controllo sulla rete tra le varie istanze: tolte le bolle isolate di estremisti di destra, le istanze di grosse dimensioni sono pochissime e la distribuzione è estremamente squilibrata, con le istanze piccole fondamentalmente inutilizzate se non da una manciata di utenti.

La prospettiva hackerista contro la prospettiva olistica: Mastodon vs FairBnB

Mastodon rappresenta un ottimo caso di studio per l'ingenuità della prospettiva hackerista. Per comprendere però perché la prospettiva hackerista è davvero problematica, penso sia utile guardare ad un altro esempio di software che punta alla liberazione ma che approaccia il problema da un punto di vista molto differente: FairBnB.

FairBnB è un tentativo di creare un'alternativa solidale e non distruttiva ad AirBnB. L'idea è di usare un modello di business più equo, investendo in comunità locali, rispettando la data ownership e provando a costruire una piattaforma di proprietà sia dei lavoratori che degli utenti. Al momento della stesura dell'articolo FairBnB non è ancora aperta al pubblico ed è troppo presto per dare un giudizio sulla sua efficacia, ma al momento non è ciò che ci interessa.

Mastodon e FairBnB si posizionano agli estremi opposti dell'arco della liberazione tecnologica. Se Mastodon inizia il suo viaggio con una domanda tecnica, FairBnB lo inizia con una domanda politica e sociale. “Possiamo rendere Twitter federato per liberarne gli utenti?” vs “Possiamo liberare le città dai danni creati dal turismo di massa?”. Una volta data risposta alla seconda domanda, è facile implementarne la risposta con strumenti tecnici. Non è però vero il contrario: una volta prodotto un artefatto tecnologico come Mastodon è impossibile ridefinirne le politiche. Un'analisi critica dell'impatto politico di Mastodon probabilmente lo giudicherebbe come inutile, ma un'attitudine simile non verrebbe mai davvero abbracciata dallo sviluppatore principale o dalla community, perché troppo ardua da contemplare.

Non è un caso che questi due artefatti software differiscano così tanto nelle intenzioni e nell'implementazione. Arrivano da due mondi con ideologie contrastanti. Mastodon rappresenta la prospettiva hackerista e come abbiamo discusso prima, si affida per fede al potere liberatorio della tecnologia. Di contro, FairBnB proviene da un'analisi più tradizionale delle dinamiche di potere nelle economie locali e globali, da una critica al capitalismo delle piattaforme e da un desiderio di creare servizi comunitari, tutte caratteristiche di quegli ambienti di sinistra che cercano di costruire una relazione virtuosa con la tecnologia digitale. Tuttavia la consapevolezza che la riappropriazione tecnologica possa essere utilizzata come arma contro il Capitale sta crescendo di giorno in giorno: FairBnB rappresenta uno degli esempi di questo rinnovata alleanza tra tecnologia e la Sinistra.

Fine della parte 1: La parte due, contenente una pars construens, seguirà a breve.

Come complemento alla mia famigerata Guida anti-inculata mi è stato suggerito più volte di creare una lista di red flag, di cose da osservare e chiedere quando si fa un colloquio in un'azienda per capire se si deve scappare a gambe levate o se vale la pena procedere.

Avrei potuto scrivere una lunghissima guida con una trattazione esaustiva di decine di punti e del perché dovrebbero farvi rizzare le antenne, corredati ognuno da riflessioni sulle relazioni di potere tra dipendenti e datori di lavoro, differenziando le porcherie che fanno i piccoli imprenditori di provincia da quelli che fanno gli startuppari, le grosse aziende di consulenza, in Italia e all'estero. Sarebbe stata una palla immonda, sia da scrivere che da leggere, e non avrebbe aiutato nessuno. Ci teniamo l'idea per un'altra volta.

Ho quindi preferito fare una semplice lista per punti di cose che mi fanno arricciare il naso. Ognuna ha un suo peso specifico e sta a voi decidere quante di queste cose sono tollerabili, in base alla vostra situazione personale, all'offerta di lavoro nella vostra zona e alla vostra competenza relativa. Spero di invitarvi a riflettere su come ognuno di questi punti nasconda fregature e a mettere in discussione le cose che vi raccontano gli HR, così da imparare a tutelarvi.

La lista è riportata in ordine sparso ed è HARDCORE, nel senso che poche aziende soddisferebbero tutti i punti, perciò prendetela come tale. Ma come diceva Dodò dell'Albero Azzurro (mi sembra fosse lui): “Sii realista, pretendi l'impossibile.”

Cominciamo!

Red flag nella struttura e cultura aziendale

  • stime fatte dai project manager
  • “cerchiamo persone che sappiano lavorare sotto pressione”
  • normalizzazione di orari oltre le 8 ore al giorno (ovviamente con straordinari non retribuiti)
  • una qualunque delle frasi de Il Consulente Imbrutito (1) ma pronunciata seriamente
  • “abbiamo clienti molto esigenti”
  • niente RAL negli annunci
  • test tecnico a casa che richiede più di un paio d'ore (magari in fase iniziale del colloquio)
  • sguardi nervosi se si nominano i sindacati (sopratutto con HR e management)
  • “siamo tutti una grande famiglia” (ricordatevi che per molti “famiglia” vuol dire che il padre è padrone e chi disobbedisce si prende la cinghia)
  • mancanza di un tempo esplicitamente dedicato a progetti personali e studio
  • se siete junior, mancanza di un piano chiaro di progressione di carriera
  • sempre se siete junior, condizioni poco chiare di affiancamento in fase iniziale (che di solito è sinonimo di “buttalo in acqua, imparerà a nuotare”)
  • il management decide membri dei team e team leader (magari senza nemmeno una consultazione informativa)
  • battute da spogliatoio della primavera dell'Atletico Disagio durante il colloquio
  • il management decide i progetti da prendere in maniera non trasparente
  • la strategia aziendale a lungo termine non è condivisa e discussa con i lavoratori (sempre che ci sia, perché a volte nessuno sa dove si sta andando)
  • i team non possono decidere la propria organizzazione interna o i processi di sviluppo
  • open space, magari pure con i sales nella stessa stanza
  • hot desking (ovvero non ci sono abbastanza scrivanie per tutti)

Red flag tecniche o organizzative:

  • non è possibile fare deployment del prodotto/progetti in corso in un click
  • non è possibile ricreare l'intera infrastruttura in un click (questa ammetto che è veramente rara)
  • presenza di sviluppatori full-stack (detti anche: faccio tutto e lo faccio male)
  • machismo tecnico (“c'è un solo modo giusto di fare le cose, il nostro” oppure “noi siamo l'1%, i migliori tra i migliori”)
  • Kanban (edit: siccome questo punto ha raccolto tante domande dopo la pubblicazione, ci aggiungo un approfondimento)
  • “cerchiamo di fare agile, ma sai com'è, i clienti vogliono sempre modifiche al volo e non ci riusciamo mai”
  • processo di code review non strutturato o non chiaro in termini di ruoli e obiettivi
  • “vorremmo usare $(tecnologia ormai standard da 10 anni) ma non abbiamo mai avuto l'opportunità”
  • meccanismi di ownership poco definiti o poco chiari tra i vari team

Se non siete d'accordo su qualcuno di questi punti, potete insultarmi su Twitter come @SimoneRobutti o su gambe.ro come @chobeat.

(1) Lo so che la pagina si chiama “Il Consulente Imbruttito”, con due “t”, ma la parola si scrive “imbrutito”, con una “t” sola e l'ho deliberatamente scritta con una “t” sola. Questa è una polemiketta dell'internet milanese totalmente irrilevante e potenzialmente ridicola per chiunque viva fuori dalla circonvallazione interna, quindi fate finta di niente.

Talon Voice è un software gratuito che parte da un'idea molto semplice: prendere un programma di dettatura vocale (ad es. Dragon Voice), prendere un eyetracker e metterli insieme così da poter abbandonare mouse e tastiera; il tutto integrato con una potente suite di scripting, basata su Python, che permette di scrivere macro e azioni da collegare alle vostre frasi. Il risultato: totale controllo del vostro computer senza dover usare le mani e senza dover rinunciare alla rapidità a cui siete abituati.

Questo non è l'ennessimo esperimento di interfaccia futuristica che passa sui nostri feed social rilanciati da marchette di testate di “tech gossip” tipo Wired: Talon Voice è un progetto nato dall'iniziativa di un singolo sviluppatore, Ryan Hileman per risolvere problemi concreti di persone che utilizzano o vorrebbero utilizzare i computer.

La mission è “permettere a tutti di usare un computer”, ma al contrario di altri tool legati all'accessibilità, il focus di Talon non è soltanto permettere ad esempio a disabili o malati di interagire con una macchina al meglio delle loro possibilità. Talon ha un'ambizione diversa: vuole diventare uno strumento utilizzabile da chiunque per evitare o supplire ai problemi legati all'uso delle moderne interfacce manuali. Ciò include i casi d'uso di numerosi sistemi già esistenti pensati per persone con disabilità totale ma anche e sopratutto gli scenari d'uso più comuni.

La costellazione di problemi e sintomi etichettati come Repetitive Strain Injury, o Emacs pinkie per i programmatori, sono il “nemico #1”. Milioni di persone nel mondo, specialmente persone che lavorano con il computer, ma anche operai e chiunque faccia movimenti ripetitivi, sviluppa negli anni fastidi, dolori o anche invalidità temporanee a seguito della sua attività lavorativa. In alcuni paesi vengono considerate come invalidità lavorative e compensate come tali. Questi disturbi, per alcune categorie come ad esempio i programmatori, spesso non sono una questione di “se”, ma di “quando”.

Il mio “quando” è stato all'età di 30 anni, lo scorso Settembre: per 3 settimane non ho potuto utilizzare un computer o un cellulare per più di pochi minuti al giorno. Per fortuna il problema è apparso poco prima che andassi in vacanza, col doppio benefit di evitarmi di alienarmi e darmi tempo di smaltire le infiammazioni.

Mi sono così iniziato ad interessare a Talon e appena è uscita la beta per Linux e Windows, ho richiesto l'accesso in cambio di una donazione su Patreon. Ho iniziato ad utilizzarlo per lavoro senza l'eyetracker, essendo la maggioranza dei comandi necessari per programmare eseguibili via tastiera, ma ho comunque deciso di ordinare un eyetracker compatibile e integrarlo per le poche azioni che richiederebbero il mouse.

Qual è quindi lo stato dello sviluppo? La versione beta che sto utilizzando supporta Windows, Mac e Linux. Supporta un singolo modello di eyetracker, il Tobii 4C. Supporta inoltre un modello di Voice Recognition creato dallo sviluppatore di Talon al posto di Dragon per gli utenti che non vogliono spendere. Supporta inoltre l'uso remoto di Dragon Voice via rete. Le feature sono grossomodo uniformi tra le varie versioni.

Cosa vuol dire iniziare ad usare Talon dal punto di vista dell'utente? Non mi interessa far passare Talon per qualcosa che non è e Talon è indubbiamente uno strumento complesso. Imparare ad usare Talon vuol dire reimparare ad usare il computer come se aveste una mano sola. Tutti gli automatismi che conoscete non saranno più lì a supportarvi. Anni di memoria muscolare dovranno essere trasformati in frasi e macro attraverso uno sforzo conscio. Alcune azioni sono pressoché impossibili da fare nella maniera in cui siete abituati e dovrete reinventarvele. Allo stesso tempo il controllo vocale apre ad un mondo di possibilità che prima vi erano precluse dal fatto che una tastiera ha un numero finito di tasti e le vostre mani solo 10 dita.

Non aspettatevi di essere in grado di controllare a dovere il vostro computer senza investire parecchie ore nel padroneggiare Talon, sopratutto se siete power user abituati ad utilizzare tante shortcut. I primi due o tre giorni vi sentirete come quei tanto odiati ultra-sessantenni che utilizzano solo gli indici per digitare e non sanno cos'è il Tab. Dopo andrà meglio, ma ci vorranno settimane prima di trovare la propria zona di comfort. Nel mentre l'uso del mouse e occasionalmente della tastiera velocizzeranno alcune operazioni poco comuni ma col tempo queste diventeranno sempre di meno.

Uno dei punti di forza di Talon è appunto la possibilità di customizzare completamente lo scripting e di poterlo fare tramite Python. Questo significa che potete richiamare qualsiasi codice Python nei vostri comandi e di conseguenza compiere operazioni complesse a piacere. Il controllo è totalmente lato utente e la community è molto attiva nel supportare un ecosistema di script che supporti i principali programmi, come ad esempio i browser, i terminali, Slack, Notepad++, Intellij e così via. Al momento la collezione più utilizzata e più fornita compatibile con la beta è questa.

E per l'Italiano? Al momento non esiste il supporto al linguaggio multiplo né una suite di script in Italiano. Tuttavia l'autore ha più volte espresso il desiderio di espandere il software ad altre lingue. L'ostacolo principale è posto dalla scarsità di dataset per istruire il modello di riconoscimento vocale come fatto per l'inglese, risultato che ha comunque richiesto diversi mesi di lavoro prima di funzionare a dovere. Il software di per sé supporta qualsiasi modello wav2letter e non pone alcun limite a chi, con un po' di competenze in Natural Language Processing, voglia sperimentare.

Veniamo invece ai problemi di Talon. Alcune cose ancora mancano e rendono l'adozione del software più complessa di quello che potrebbe essere. La prima è la curva di apprendimento: le risorse e la documentazione sono scarse perché al momento lo sviluppatore e la comunità sono focalizzati nel migliorare le feature principali di Talon e integrarlo con gli applicativi più comuni. Non ci sono vere guide e la struttura degli script non è facilmente navigabile, così come i vari menù di aiuto. Il modo migliore di imparare è guardare le demo su youtube e copiare.

Un altro punto dolente è che il software non è né Open Source né Free Software. Lo sviluppatore ha più volte espresso come questo modello non sia adatto al progetto e non è chiaro se rilascerà i sorgenti una volta arrivato ad una fase di maturità. Di contro però interagisce in maniera positiva con la comunità, che lo supporta a sua volta. Date le informazioni sensibili a cui il software ha accesso, un costante audit per possibili spyware è d'obbligo ma a parte quello, l'unica opzione è fidarsi e sperare che porti a termine la sua opera.

Infine, un problema riportato da diversi utenti è lo sforzo vocale necessario nel controllare lo strumento. Nulla che qualunque cassiere non faccia tutto il giorno tutti i giorni, ma nei primi tempi potreste rimanere senza voce. Proteggere le corde vocali diventa importante tanto quanto l'ergonomia posturale. L'alternativa è rischiare di sostituire una patologia cronica con un'altra.

Talon non è ancora maturo, ma è già usabile da anni. Lo sforzo nella ricerca in termini di UX è tangibile e ha tutto il potenziale per rivoluzionare il modo con cui ci interfacciamo alle macchine senza dover distruggere decenni di software esistente. Tuttavia è ancora una tecnologia che necessita di un hardware dedicato: un microfono esterno ma sopratutto un eyetracker che ha comunque un costo molto maggiore di un setup economico composto da mouse e tastiera. Un investimento di tempo, soldi ed energie considerevole, che però si ripaga in salute e che dovreste considerare sia se avete già avuto problemi sia se volete che la vostra attività digitale sia una maratona e non una 400m piani.

Nell'ultimo anno ho svolto un'attività di mappatura delle comunità di programmazione e informatica che ho voluto condensare in una lista che raccolga anche le opinioni che ho avuto da partecipante o da osservatore. Questa attività esplorativa è stata alimentata dalla mia necessità di promuovere gambe.ro (sito a cui collaboro e che troverete nella lista). Tuttavia, data la poca visibilità di molte di queste, penso che vi possa essere del valore nello stilare una lista che possa aiutare il lettore ad orientarsi tra le varie opzioni.

Iniziamo con alcune considerazioni generali su ciò che ho osservato e sulle conversazioni avute con i gestori di alcune di queste comunità. In Italia non esistono veri hub di riferimento: anche le comunità più grosse non si avvicinano minimamente alla rilevanza che spazi come HackerNews, StackExchange o r/programming hanno nell'anglosfera. Molte di queste comunità sono internamente omogenee e quindi rinforzano la loro interdipendenze con specifiche demografie, talvolta rendendosi invisibili all'esterno della propria bolla.

Le principali discriminanti sono età e livello di competenza, perché in Italia spazi online esplicitamente orientati alle donne, alla comunità LGBTQIA+ o a minoranze etniche non esistono. O perlomeno la mia attività di mappatura, nonostante abbia cercato esplicitamente anche queste cose, non ha trovato nulla se non qualche sparuto meetup e qualche iniziativa aziendale spacciata per inclusività.

Per ogni comunità ho voluto scrivere un piccolo commento e un rating diviso su tre voci con un voto da 1 a 3:

  • contenuti: qualità dei link e delle conversazioni presenti nella comunità. Molte di queste non regolano in alcun modo l'helpdesking, consigli per gli acquisti, meme e shitposting, i quali in molti casi prendono il sopravvento e impediscono conversazioni più profonde
  • dimensione: dimensione relativa della comunità
  • moderazione: giudizio sulle regole e sul comportamento dei gestori della comunità, tanto per la loro presenza tanto quanto per la loro assenza

Chi rimane fuori da questa lista? Rimangono fuori spazi interstiziali come le comunità che orbitano intorno a pagine di meme su Facebook o Instagram. Rimangono fuori le comunità eccessivamente piccole e/o a carattere privato. Rimangono fuori le comunità che orbitano intorno a specifici temi e singole tecnologie le quali, pur essendo talvolta molto grandi, sono già note alla bolla che si interessa di quella tecnologia e non sono rilevanti per gli altri.

Rimangono fuori sicuramente un sacco di iniziative e spazi interessanti che potete segnalarmi a simone.robutti@protonmail.com insieme a qualunque feedback, correzione e aggiunta che vogliate suggerire per questa lista.

Cominciamo.

iprogrammatori.it

Uno dei pochi forum sopravvissuti alla rivoluzione social, offre oggi uno spazio di discussione a moltissimi utenti, molti dei quali presenti sul sito da lungo tempo. Cerca di bilanciare l'adattamento alle novità con il mantenimento di una comunità con interessi specifici, per molti dei quali questo sito rappresenta un punto di riferimento in Italia. La conversazione è viva sopratutto sugli aspetti tecnici ma il forum offre anche sezioni non tecniche che però sono meno attive.

Format: forum Contenuti: 2.5 Dimensione: 2 Moderazione: 2.5

Programmatori Italiani

Probabilmente il gruppo Facebook più rilevante nella sua categoria. Si alternano richieste di help-desk a domande di carriera, di sopravvivenza nel settore IT e pratiche. Le discussioni su tecnologie e ambiti specifici sono una minoranza e spesso interdipendenti con l'help-desk. Il livello della conversazione è altalenante così come l'esperienza e la competenza dei presenti.

Format: gruppo Facebook Contenuti: 2 Dimensione: 2 Moderazione: 3

Flamesnetwork

Un network di chat Telegram, molte delle quali legate alla programmazione, all'informatica teorica e a specifiche tecnologie. Ogni chat fa un po' caso a sé, ma in generale il livello di competenza è basso e buona parte delle conversazioni sarebbe potuta essere una ricerca su StackOverflow. Nonostante questo il network è ampio e talvolta vi possono essere spunti per discussioni interessanti. La moderazione purtroppo è piuttosto restrittiva e poco trasparente.

Format: chat Telegram Contenuti: 1 Dimensione: 2 Moderazione: 1.5

Veteran Unix Admin – VUA

Gruppo Facebook che, come suggerisce il nome, è più orientato ai sys admin e alla sicurezza informatica. Gruppo relativamente piccolo ma molto attivo, in cui le domande di aiuto sono permesse ma non prendono il sopravvento, lasciando spazio principalmente a notizie e discussioni leggere.

Format: gruppo Facebook Contenuti: 2 Dimensione: 2 Moderazione: 2

r/ItalyInformatica

Uno dei subreddit italiani più grandi, è cresciuto rapidamente negli ultimi due anni grazie anche all'organizzazione di sessioni di Ask Me Anything che hanno coinvolto numerosi nomi importanti dell'IT italiano. Il volume di contenuti non è altissimo ma spesso si possono trovare notizie relative all'ambito italiano che non passano altrove. Anche in questo caso troppo help-desking e una moderazione spesso arbitraria e poco trasparente.

Format: subreddit Contenuti: 2 Dimensione: 1 Moderazione: 1

Gambe.ro

Eviterò di commentare il mio stesso sito e di votarlo, ma nonostante le dimensioni ancora ridotte, mi sembrava legittimo inserirlo in lista. Si distingue dagli altri per la presenza di più contenuti critici e politici mischiati a quelli tecnici, per la moderazione partecipata e per il divieto di domande di supporto tecnico.

Format: sito di social bookmarking Contenuti: - Dimensione: - Moderazione: -

Twitter

Tanto in Italia quanto all'estero, Twitter rappresenta uno degli spazi di discussione più rilevanti per gli esperti del settore IT. Sebbene non sia possibile creare gruppi ristretti, esistono numerose reti di utenti legati a specifiche tecnologie, comunità IRL o semplicemente interessate agli stessi problemi tecnici o tecnopolitici. Non è raro trovarvi personalità di spicco e veterani estremamente attivi nel dibattito e spesso aperti a discutere con sconosciuti in maniera costruttiva. Vi consiglierei quindi di iniziare a seguire persone famose che già conoscete per altre vie, poiché non esistono veri e propri punti di entrata in questa comunità.

Format: social network Contenuti: 3 Dimensione: 3 Moderazione: -

LinkedIn

L'ambiente e il community design della piattaforma notoriamente portano ad un'attitudine più rigida e seriosa e questo si rispecchia sulla qualità e la natura del dibattito. Inoltre l'algoritmo del feed di LinkedIn si presta molto meglio alla partecipazione di persone spesso escluse o non interessate alle comunità per questioni di disponibilità di #tempo. Al contrario di Twitter, LinkedIn permette la creazione di gruppi a tema, ma per mia esperienza sono spesso popolati da manager e persone del marketing più che da sviluppatori. Questi sono anche la ragione per cui LinkedIn non si prende un 3 alla voce contenuti: data la forte domanda di lavoratori IT, numerose aziende e manager utilizzano LinkedIn attivamente come spazio di propaganda e di ricerca di personale, non solo tramite gli strumenti preposti ma anche con la creazione e la partecipazione a discussioni con gli utenti, senza che questi interessi aziendali vengano resi pubblici.

Format: social network Contenuti: 2 Dimensione: 3 Moderazione: -

Inforge

Inforge entra un po' a forza in questa lista, essendo un forum principalmente per neofiti interessati alla sicurezza informatica ma che tratta anche videogiochi oltre a mod , bot e hack per questi ultimi. Una comunità molto coesa, numerosa, in piedi da tanti anni e molto attiva nella produzione di contenuti.

Format: forum Contenuti: 1.5 Dimensione: 3 Moderazione: 3

Questo articolo suonerà come una banalità per alcuni e illuminante per altri, ma visto che una buona fetta dei programmatori che ho incontrato nella mia carriera probabilmente ricadrebbe nella seconda categoria, ho pensato di buttare giù due righe per sottolineare un concetto tanto fondamentale quanto trascurato.

Programmatori, sistemisti, ma anche ogni professionista che lavora col computer ha visto negli ultimi 40 anni una completa trasformazione delle interfacce grafiche, con una progressiva semplificazione e razionalizzazione degli strumenti messi a disposizione. Tuttavia negli strumenti complessi come una shell, un'IDE ma anche un editor come può essere Photoshop, la semplificazione si scontra regolarmente col numero elevato di azioni possibili in ogni dato momento. Perciò in questo contesto, semplificare, in passato così come ora, significa mettere un'azione dove gli utenti esperti se lo aspettano.

E gli utenti inesperti? Gli utenti inesperti arrivano con un bagaglio di esperienze e aspettative creato dalle interfacce di strumenti più semplici, dove la fase esplorativa raramente richiede la consultazione di un manuale o di un tutorial. Certo, sanno che da qualche parte ci sarà uno strumento di customizzazione, delle opzioni, magari un pannello per plugin ed estensioni varie.

Tuttavia gli strumenti per professionisti seguono logiche diverse e nel caso degli sviluppatori, queste logiche sono dettate spesso e volentieri dalle aspettative ed opinioni delle stesse persone che sviluppano gli strumenti in questione che sono sviluppatori tanto quanto utenti. La shortcut da tastiera (o vocale, se siete in quell'ambiente lì, dove sto lentamente entrando anche io) è la regina di queste interfacce, perché permette di registrare nella memoria muscolare delle mani una precisa azione, minimizzando il tempo, le battute e lo sforzo mentale necessario per eseguirla.

Il risultato è che l'utenza va a due velocità: quelli che sanno come esplorare i propri strumenti utilizzeranno lo strumento in maniera molto diversa e più efficiente rispetto a chi non sa farlo. Raramente esiste una via di mezzo: una volta appresa la metodologia per memorizzare a lungo termine un grande numero di shortcut, difficilmente ci si ferma.

A questo corrisponde una netta divisione tra chi sa usare le proprie interfacce e chi no: tra voi non saranno pochi quelli che, in ufficio, si mordono le labbra, le dita e altre varie appendici per non sbottare alla lentezza di un collega che torna ad inizio riga usando le frecce. Se non vi è mai successo, probabilmente quel collega siete voi.

Perché è importante imparare le shortcut? Nella mia esperienza, per due motivi: la prima è che riducono il carico mentale per eseguire una data azione, e la seconda è perché vi rendono più efficienti nel compierla. Partiamo da un esempio pratico: la shell. Molti programmatori ci spendono una porzione consistente della propria giornata lavorativa. I sistemisti probabilmente anche di più. Pensiamo ad un caso banale e forse un po' estremo: un junior che non sa usare in scioltezza l'auto-complete. Quante battute spreca ogni giorno? Centinaia? Forse migliaia? E quanto tempo perde a cercare il nome esatto di un file invece che lasciarlo fare alla macchina? Quanta energia mentale? Tutto quel tempo e quell'energia potrebbero esser spese in modo molto migliore se questa persona sapesse premere TAB al momento giusto. Per esempio potrebbero essere spese ad imparare un'altra shortcut.

Ora pensate a quante altre decine o centinaia di azioni ripetitive compiamo ogni giorno per cui esiste una shortcut. Pensate al tempo e all'energia che potreste risparmiare investendo nel padroneggiare i vostri strumenti o nello scoprirne di più potenti. Il tempo che nell'arco della vostra vita potete passare davanti alla tastiera non è infinito, anzi è piuttosto scarso rispetto all'immensità delle cose che ci sarebbero da fare. Imparare a spenderlo meglio vuol dire diventare programmatori migliori, sia al lavoro che, sopratutto, fuori.

Ora, sperando di avervi convinto dell'importanza di razionalizzare i vostri click, come fare per migliorare la vostra situazione? Vediamo di elencare alcuni punti fondamentali per stabilire una spirale virtuosa.

Prima di tutto, la prima cosa che si dice quando si tocca questo tema è che impararsi tante shortcut insieme non serve a niente. Il 90% le avrete dimenticate dopo pochi minuti. Imparatene una ogni due giorni, non di più. E per quei due giorni praticatela attivamente, costruite memoria muscolare, date un contesto alla shortcut così che diventi naturale richiamarla alla memoria quando serve.

Poi scegliete con cura le shortcut da imparare. Partite dalle cose di base: se non usate i tasti HOME e END, oppure il muoversi con ctrl+arrow, partite da quello. Imparate le shortcut del Desktop Environment e del browser. Poi passate alla shell e agli IDE. Il modo migliore per scegliere è, a metà giornata, ripercorrere all'indietro quello che avete fatto e valutare quella che secondo voi è l'azione più comune che avete fatto e che vi ha richiesto di spostare la mano sul mouse o che vi ha richiesto più di tre click.

Quando avrete fatto questo per un po' di volte, probabilmente sarete senza idee. Allora e solo allora avrà senso guardarsi le liste di shortcut dei software che utilizzate per concettualizzare azioni che per voi non erano così ovvie da inquadrare come una “cosa sola”. Esempio stupido: commentare un blocco di codice automaticamente oppure estrarre un valore in una variabile.

Fatelo con costanza e vedrete presto un notevole aumento della produttività. Quando sentirete di aver toccato un plateau in cui le shortcut che imparate finite per non utilizzarle con regolarità perché troppo di nicchia, allora il mio consiglio è di iniziare a guardarvi video di power user che utilizzano i vostri stessi strumenti oppure di confrontarvi con i colleghi che sapete essere sul vostro stesso percorso.

Io ho avuto questa realizzazione relativamente tardi durante la mia carriera universitaria, ma fortunamente sufficientemente presto da risparmiarmi chissà quante ore a battere sulla tastiera per niente. Il vostro tempo è prezioso e le vostra dita anche, così come quelle dei vostri colleghi. Se, una volta imparati un po' di trucchi, vedete un collega che segue gli stessi pattern che una volta avevate voi, indicategli GENTILMENTE i punti che ho toccato in questo articolo.

Che io lo so che poi voi andate lì dopo aver imparato a fare il multi-cursor in Intellij o Sublime e gli fate: “oh bro, guarda che mad trick, bro, te non lo sai fare bro, ke sfiguz xD”. Questo è un buon modo per annichilire qualsiasi volontà di spostarsi su un binario diverso. La padronanza degli strumenti nell'IT è spesso e volentieri causa di comportamenti e attitudini tossiche verso i neofiti. Se non sapete come affrontare la questione, linkategli direttamente il mio articolo.

pink cog

24 Agosto, Berlino. Apprendo e ricondivido con gioia la notizia che la principale forza politica extra-parlamentare italiana ha deciso di scendere a 0 layer e costituirsi in forma solida di partito politico alle prossime elezioni.

Due settimane fa è caduto il Governo Conte e sono state indette le elezioni, a cui il Partito Accelerazionista prenderà parte dopo il pro-forma della raccolta firme. Il nome è ancora provvisorio e si deciderà a breve se chiamarlo Partito Accelerazionista Esplicito, Partito Accelerazionista a 0 layer, Partito Accelerazionista per l'abolizione del lavoro, del gender e del tempo. L'ultimo mi piace, ma è un po' verboso quindi lo terrei solo come nome ufficiale ma con un semplice “Partito Accelerazionista” nel logo, con un bell'ingranaggio rosa nel centro. Considero anche suggestiva di chiamarlo “Partito Accelerazionista di Bibbiano” per guadagnare visibilità politica tramite il principale punto del programma politico della Lega per le elezioni 2020.

Ho già preso contatti con i coordinatori e a breve annuncerò formalmente la mia candidatura. Spero di portare nel Partito le mie competenze in fatto di robottini e mascinlerni e la mia ormai quinquennale esperienza nel venir pagato per lavorare il meno possibile, perché va bene il progressismo ma bisogna anche riscoprire i valori tradizionali dell'Italianità di cui oggi ci si vergogna per colpa del globalismo: il riposo, la pigrizia e la resistenza al sistema attraverso un complicato sistema di pisolini e cartellini timbrati dai colleghi.

Inoltre voglio portare la mia passione per le battaglie del nuovo millennio che l'Italia dovrà affrontare con senso di responsabilità e abnegazione:

  • reddito di esistenza e divano ecosostenibile di cittadinanza per tutti,
  • automazione della creazione dei gender per sostenere un ritmo MINIMO di 40 nuovi gender a settimana su scala nazionale
  • abolizione della depressione per mezzo dell'abolizione del capitalismo. Per non far cadere in depressione lavoristi e liberisti, istituzione di strutture di recupero apposite dove potranno scambiarsi soldi finti in finti uffici, sotto il controllo di personale qualificato.
  • panna vietata nella carbonara che mannaggia a voi gli intolleranti al lattosio li avvelenate a tradimento

Spero condividiate il mio entusiasmo e spero di trovarvi numerosi alle urne a supportarmi. Ricordatevi che non esiste alternativa. Nel mentre ci vediamo su Twitter dove inizierò a postare foto dei miei pasti per andare a conquistare i ¾ dell'elettorato di Salvini. Bacioni e buon riposo.

Ogni programmatrice e ogni programmatore italiano sa che sta venendo truffato nel momento in cui si siede alla scrivania ogni mattina e apre il suo laptop. Lo sa perché ha internet e vede che all'estero funziona diversamente. Nelle serie TV, nei film, nei blog vede gli stipendi d'oro, le tecnologie moderne, le relazioni di potere diverse tra programmatori e manager e vede che, pur facendo lo stesso lavoro, a lui tutti questi privilegi non sono concessi.

Più di altre categorie professionali, tutte egualmente defraudate del proprio tempo, della propria creatività, della propria autonomia professionale e individuale in nome di qualche numerello sulla busta paga del proprio capo, il programmatore italiano è consapevole di questa cosa perché vive costantemente immerso nella contraddizione tra l'internet che racconta gli informatici come la nuova élite di ragazzotti con troppi soldi e troppo potere e la sua quotidianità, fatta di caffè in ufficio alle 8 del mattino, pacchetto di cracker alle 7 di sera e stronzate fatte e disfatte per accontentare un manager che un computer non lo sa neanche accendere.

Non è tutto rose e fiori neanche all'estero, ma quello che ci arriva è che i meno privilegiati tra i programmatori americani, tedeschi, inglesi, cechi, spagnoli, vivono una situazione di maggior privilegio della maggior parte dei programmatori italiani.

E se non siete programmatori ma database administrator, sistemisti, web designer o ancor peggio copywriter, SEO, content moderator, se fate data entry, data cleaning, help desk? Se siete una delle tante categorie che non vengono nemmeno raccontate?

C'è chi si accontenta: in fondo in Italia tutto va male e avere un contratto a tempo indeterminato è già un privilegio. C'è chi nega, facendo conti improbabili sul costo della vita o considerazioni sul meteo e sul cibo in altre nazioni. C'è chi si incazza e studia per capire il perché di questa differenza, che non è semplicemente imputabile alla semplice condizione italiana visto che tante nazioni meno sviluppate hanno un settore tecnologico molto più florido del nostro.

Ecco quindi l'illuminazione: un sindacato. Un sindacato di informatici. Bell'idea. Peccato che ci siano già, e non funzionino se non in piccole realtà. La UIL ci prova e mette una pezza nelle situazioni di consulenza più becera, con gente alle scrivanie trattate come polli in batteria. Però sono irrilevanti politicamente e sindacalmente: il tech worker italiano si sente solo e, giustamente, non crede più nel Sindacato. Senza fini analisi economico-politiche che pur dovrebbero essere digerite da ogni lavoratore, l'italiano è arrivato a sentirsi tradito da quelli che sono i sindacati tradizionali, ormai rigidi zombie che non hanno saputo adattarsi ad un presente rapido e fluido dove le relazioni di potere nel mondo del lavoro cambiano in maniera frenetica e sono difficile da imbrigliare in categorie rigide.

La soluzione deve quindi essere diversa. Vi presento quindi Tech Worker Coalition (TWC), la scintilla che sta accendendo diversi fuochi sotto al culo di Google, Amazon, Microsoft e molti altri giganti del tech. Per avere un'idea di cosa hanno ottenuto, vi rimando ad un mio vecchio post che ne parla. Nel mentre sono successe tante altre cose e ci sono state tante altre azioni su larga scala. Una ricerca su DuckDuckGo vi darà tutti i risultati che volete.

Tuttavia non su tutte queste azioni troverete il cappello della TWC. Perché? Perché non è un sindacato e non è un'organizzazione. Una struttura del genere rischierebbe di far ripetere ai tech worker gli stessi errori di chi è venuto prima, creando un sindacato zombie col machine learning e la blockchain. TWC è una meta-organizzazione: è un gruppo di persone che aiuta le altre ad organizzarsi nei propri termini, con le proprie idee. Non è certo una cosa nuova, sopratutto in Italia, ma è un'idea che va rispolverata e adattata al contesto del lavoro tecnologico con nuove parole e consci del contesto culturale peculiare dell'IT. I rapporti di potere tra sviluppatore e manager non sono gli stessi che esistevano in una fabbrica: si potrebbe argomentare che nel nostro caso siano molto più vantaggiosi per i lavoratori e che uno sviluppatore oggi abbia più leva di 1000 operai ieri. Non è veramente importante ora, perché se non se ne prende coscienza, questa leva è inesistente.

Abbiamo detto che l'informatico in USA se la spassa, quindi perché TWC sta crescendo così tanto se tutto funziona? Beh, innanzitutto perché non tutti gli informatici campano come ci viene raccontato nella serie Silicon Valley. Quelli sono un'élite che non rappresenta le condizioni del programmatore medio neanche in USA. Poi perché buona parte di questi, sopratutto quelli con ritmi di lavoro rilassati, hanno tempo di leggere e capire le implicazioni di quello che producono e si sta sviluppando la consapevolezza che molti dei prodotti tecnologici che ci vengono spacciati come progresso, stanno avendo effetti distruttivi sull'intera società. Non a tutti questa cosa sta bene, non tutti sono apposto con la coscienza sporca e tra licenziarsi come singoli e combattere come lavoratori per far cambiare strada all'azienda, scelgono la seconda. Infine TWC funziona perché non si rivolge solo ad informatici. Anzi, tutt'altro. Nella mia spiegazione li ho messi al centro perché conosco il mio pubblico, ma la TWC è per ogni persona coinvolta nello sviluppo tecnologico.

L'idea è di mettere insieme chi sviluppa software, chi lo mantiene e chi pulisce i cessi per queste persone. Perché la distinzione tra queste categorie esiste solo fintanto che non si trova un modo per mettere 10 immigrati ricattabili e poco istruiti a fare il lavoro di un singolo programmatore consapevole e riottoso. Non è uno scenario che la tecnologia corrente sembra delineare nel breve, ma questa fede nell'impossibilità di semplificare il lavoro intellettuale è l'unica cosa che si frappone tra il programmatore e il declassamento a bassa manovalanza. Declassamento che prima o poi arriva sempre, se la storia è una buona maestra. Su questo la TWC arriva ad una semplice conclusione: costruire solidarietà tra tutti i lavoratori tecnologici è l'unico modo di difendere i programmatori, migliorare le condizioni lavorative di chi fa le pulizie, chi serve i caffè, chi fa data entry in un cubicolo, chi deve moderare ore di video su Facebook di gente che sgozza bambini e picchia animali. Motivazioni diverse, realtà diverse, obiettivi comuni.

La proposta: portare la TWC in Italia e mobilitare gli informatici italiani. Prima di tutto contro la cultura del lavoro tossica e i rapporti salariali che imperano in Italia e successivamente verso battaglie condivise con quelle dei lavoratori internazionali di cui abbiamo appena parlato. Come fare? Iniziare è semplice: la TWC è un'organizzazione pensata per aiutare le persone ad organizzarsi, quindi aprire un nuovo “Capitolo” è un'operazione piuttosto semplice se c'è iniziativa e voglia di fare. Io personalmente sono coinvolto nell'organizzazione del capitolo Berlinese che ha aperto da pochissimo e ha già iniziato ad organizzare numerosi eventi e attività con molto più entusiasmo e partecipazione (anche in termini di numeri) di quella che mi sarei aspettato.

Cosa vuol dire nel concreto? Vuol dire organizzare meeting regolari che coinvolgano lavoratori tecnologici di ogni estrazione e background culturale. Vuol dire organizzare gruppi di lavoro per problemi specifici: diritti dei lavoratori dipendenti, freelancer, consulenti e body rental, abusi psicologici e mobbing, molestie sessuali, discriminazioni di genere e razza e ogni altro tema verso cui la comunità dimostra interesse. Vuol dire organizzare azioni più dirette: proteste, banchetti o altre azioni più radicali. Vuol dire organizzare gruppi di studio, tecnici ma sopratutto non tecnici, per imparare a difendersi, organizzarsi e capire il perché della situazione corrente. Vuol dire sopratutto mettere in contatto persone: esistono tantissime realtà che non vedrebbero l'ora di interagire con una comunità di questo tipo. Avvocati del lavoro, operatori culturali in ambito tech, altri sindacati più tradizionali. Il terreno è più che fertile, manca solo il seme.

Siete interessati? Siete motivati? Qui a Berlino abbiamo risorse e tempo da investire per supportarvi. In USA ci sono altre persone disponibili.

Contattatemi su:

Telegram: @SimoneRobutti Twitter: @SimoneRobutti Facebook: Simone Robutti

Sito della Tech Worker Coalition

Warning: in questo articolo dico la parolaccia con la “E” parecchie volte. Siete avvisati.

Class war has continued to be fought, but only byone side: the wealthy. ci dice Mark Fisher in Capitalist Realism commentando il lavoro di David Harvey. Una sensazione condivisa da chiunque abbia un minimo di prospettiva storica su quanto è successo dal '68 ad oggi.

Sensazione che diventa improvvisamente soverchiante per chiunque usi abitualmente LinkedIn come piattaforma social e non solo come sito di annunci di lavoro. Considerato il “social network del business”, LinkedIn impone passivamente una forma di controllo sistemico agli utenti: per la paura di esser visti dal proprio datore di lavoro (attuale o futuro) ad esprimere opinioni controverse, ci si autocensura. Si riproduce online la stessa attitudine che si ha sul posto di lavoro. Nulla di stupefacente: ogni lavoratore, sopratutto se qualificato, vuole evitare di rovinarsi la reputazione e mettere a repentaglio le sue possibilità di non finire sotto un ponte a bere Tavernello alle undici del mattino.

Questa forma di controllo viene messa regolarmente in discussione da una piccola e colorita minoranza di utenti, ben connessi e spesso impiegati in lavori qualificati o di responsabilità, che si permette di postare immagini di Mussolini, Padre Pio o altre figure più o meno nazional-popolari con un grado variabile di accettabilità sociale. Vi invito a fare un safari su LinkedIn cercando parole chiave collegate. Non è però questo ciò che ci interessa oggi.

Vorrei invece invitarvi a riflettere su come questa attitudine, replicata su scala globale in un social network con centinaia di milioni di utenti, sia andata a creare dinamiche di circolazione dell'informazione con tratti peculiari. Questi tratti hanno favorito la diffusione esclusiva delle forme ideologiche consone all'ambito lavorativo, che nell'Occidente del 2019 si traduce nell'egemonia neoliberista con le sue narrative sulla natura del lavoro e dell'imprenditoria, la sua prospettiva predatoria dell'industria sulla società, la giustificazione di qualsiasi bruttura in nome del profitto, ma tutto solo se mascherato dalla giusta dose di buzzword e sorrisi.

Il “capitalismo col sorriso” su LinkedIn non deve confrontarsi con nient'altro: non è egemonico, è totalizzante. E il sorriso è quello forzato delle stock photo. Grandi pacche sulle spalle da parte di tutti i partecipanti e parole di incoraggiamento per progetti che sembrano partoriti dalla mente di un fumettista poco creativo nell'immaginarsi il super-villain di turno.

Perché questo ci interessa? Ci interessa perché, tesi mia, LinkedIn è il punto di accesso a quella classe che nel nostro sistema economico, attua nella pratica i desideri del Capitale, il clero che manda avanti questo “Stalinismo di Mercato”, ripetendo rituali improduttivi per tenersi eternamente occupati e soddisfare necessità simboliche create dal Capitale per riprodursi e giustificarsi. Un taglio trasversale tra la classe manageriale, i lavoratori della conoscenza, i piccoli imprenditori e i professionisti di settore, tutti asserviti e operosi nel produrre burocrazia per sé stessi e per gli altri. Queste persone su Linkedin discutono, si formano opinioni e sono immerse in una echo chamber enorme che le spinge a rinforzare gli elementi di sperpero materiale e mentale delle proprie attività lavorative, così come quelli autodistruttivi verso sé stessi.

LinkedIn permette di porre loro domande e mettere in dubbio queste narrative di fronte ai diretti interessati, quelli che materialmente spostano capitali, redigono documenti, fanno pressioni politiche, investono o sviluppano.

Le persone qui descritte sono, a mio parere, un perno necessario all'egemonia e al capitale per riprodursi e sono al tempo stesso quelle più profondamente e direttamente immerse nell'ideologia neoliberista. Una middle-middle class, a metà strada tra i “ricchi” che dall'egemonia traggono profitto e la middle-class che il neoliberismo vuole eliminare.

Ok, ho abbozzato una descrizione un po' fumosa di una specifica sotto-categoria sociale. Ma cosa ce ne facciamo di questa informazione? Che spunti ci può dare concettualizzare l'esistenza di questa oasi incontaminata? Beh, ho detto la parola “egemonia” fin troppe volte in così poche righe e non ho abbastanza qualifiche o credibilità per dirla ancora. E però la dico lo stesso: portare la battaglia per l'egemonia su LinkedIn appare, a mio parere, una strategia tanto ambiziosa quanto necessaria per catturare una parte di popolazione in una posizione chiave nella società moderna e totalmente alienata dalla critica e dal malcontento. LinkedIn va incluso al pari se non più di Facebook nelle strategie di comunicazione della Sinistra e non ignorato come un feudo della classe manageriale o ancor peggio, ridotto ad un sito per cercare o offrire lavoro.

Nella mia personale esperienza, andare all'estero e avere datori di lavoro incapaci di leggere l'Italiano e probabilmente poco propensi ad usare un traduttore automatico per giudicare le mie opinioni online, mi ha liberato dal controllo psicologico descritto all'inizio dell'articolo. Ho quindi iniziato, in maniera spontanea, a tirare bombe in thread relativi alla tecnologia o al mondo del lavoro, dove l'attitudine diffusa era di autocompiacimento e forzato ottimismo, mettendo in discussione i presupposti e la visione del mondo dell'articolo o del commentatore di turno. Il pattern, osservato più volte, è stato che questi interventi hanno attirato molti più like del post stesso o degli altri commenti, talvolta anche stimolando qualche commento di supporto. Forte è la percezione che ci sia una frazione silente dell'utenza che non vuole esporsi o che non ha le parole per elaborare il suo dissenso. Anche qui, niente che non si sia già visto altrove.

Tutta quest'energia, che su Facebook si esprime in una polarizzazione estrema delle posizioni con una fondamentale impossibilità di dibattito, in LinkedIn rimane repressa, potenziale. Il mio invito è a prendere consapevolezza di questa energia, perché probabilmente se ne potrebbe trarre molto di utile e portare cambiamento in contesti sensibili che, ad oggi, non sembrano vaccinati contro l'esposizione a posizioni contro-egemoniche.

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