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DLT & Internet of Value: nuovi equilibri mondiali alle soglie della rivoluzione blockchain

Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

Master in Sicurezza Economica, Geopolitica e Intelligence

Materia: Analisi geoeconomica dei mercati internazionali

Relatore: Dr. A. Pigoli Candidato: Dr. Nazario Parisi.

Capitolo 1: Abstract

Il seguente saggio si pone come scopo principale quello di dipingere un affresco dell’ evoluzione del sistema monetario internazionale negli ultimi anni, in modo da poter comprendere il presente e intuire i futuri sviluppi di quello che si preannuncia essere uno dei fronti più caldi dell’attuale conflitto a bassa intensità tra USA e Cina. Cercheremo di porre una lente di ingrandimento sul fenomeno delle Central Bank Digital Currency (CBDC), sui lavori di ammodernamento del denaro portato avanti dalle Banche Centrali di mezzo pianeta, e su come certe innovazioni applicate alla finanza tipo la distributed ledger technology (DLT) stiano per ridisegnare le geometrie e i connotati del sistema politico internazionale e per ridefinire le regole dell’economia globale; esploreremo insieme il concetto di internet of value (internet del valore) e le conseguenze pratiche di questo fenomeno storico che presto assumerà sempre più rilievo nella vita quotidiana di miliardi di esseri umani. Cercheremo insomma di comprendere in quale direzione stia andando il mondo e di dimostrare la tesi di questo saggio, che consiste nell’idea che per la prima volta nella storia delle società umane dalla nascita dello Stato moderno stia emergendo un sistema geo- economico che non necessita di una particolare valùta di riserva , un mondo multipolare dove tutti gli attori sono posti su un equo level playing field, con tutto ciò che questo vuol dire per gli equilibri politici internazionali.

Capitolo 2: “Si vis pacem, para bellum”

2.1) Premessa Se gli antichi romani potessero assistere dalle tribune di un anfiteatro al duello a distanza (per ora) tra americani e cinesi, sicuramente suggerirebbero ai primi che il miglior modo per difendere lo status quo sarebbe quello di prepararsi alla guerra. Ovviamente gli stessi discendenti di Romolo avrebbero invitato gli USA a seguire le procedure dettate dal “protocollo” di guerra non scritto tipico di Roma, che consisteva nel tentare il raggiungimento di una soluzione per via diplomatica (Son Tzu avrebbe sicuramente approvato questo approccio); solo in caso di fallimento della trattativa allora si sarebbe potuto procedere con una discussione in Senato sul fatto che la guerra fosse giusta o meno, dove la differenza tra giusto o sbagliato consisteva nella prova che la parte avversa fosse davvero un pericolo pubblico. Roma prendeva la guerra molto seriamente, e la disciplina che mostrava anche in periodi bellici era una delle tante virtù che la differenziava dalle altre potenze dell’epoca. Ma è pensabile che ai tempi d’oggi la rivalità tra gli Stati Uniti e la Cina sfoci in un vero e proprio conflitto armato? È davvero immaginabile che in un mondo interconnesso e interdipendente la potenza egemone e quella emergente si scontrino violentemente per decidere chi comanda come è sempre stato nella storia dell’umanità? O forse sono cambiate le regole del gioco? E se fossimo tutti spettatori non paganti di un grande bluff da parte dei due principali contendenti dello scacchiere internazionale? Se la Pax Americana che nel bene e nel male ha segnato la seconda metà del ‘900 non venisse sostituita da un nuovo ordine internazionale dettato da un’altra nazione vincitrice come avveniva nei secoli passati, ma si auto-imponesse una nuova Pax tecnologica come suggerito da A. Khanna e P. Khanna (1) ? Se la tecnologia avesse il potere di evitare un nuovo conflitto mondiale tra grandi potenze e di costruire le basi per una nuova architettura mondiale mai vista prima? Sono tutte domande lecite che vale la pena porsi per poter leggere meglio gli scenari globali ai quali andiamo incontro nei prossimi decenni, ma che trovano già accenni di risposta tra le righe se si esplora il mondo con lenti più sofisticate. La tecnologia dunque non si limita più a essere mero strumento di potere sulla natura e sull’uomo, ma attore protagonista della vita quotidiana e delle relazioni internazionali. Non più semplice mezzo, ma fine stesso. Il filosofo Emanuele Severino ci aveva avvertiti a riguardo: le grandi ideologie e religioni che in passatto si servivano della tecnica per ragioni di dominio erano destinate a venir sostituite dalla stessa (2). Lo stesso valeva e vale tutt’ora per gli Stati, passati da promotori della tecnica per sopraffarsi a vicenda, a vittime di quest’ultima.

In questo senso, la guerra fredda tra Cina e USA rischia di accelerare questo indomabile processo evolutivo della società umana: la rivalità tra queste due potenze si esprimerà su tutti i campi possibili, compreso quello finanziario-tecnologico che rischia di diventare il fronte più caldo. Siccome è assolutamente improbabile una guerra diretta tra i due giganti per il pericolo di MAD ( Mutual Assured Destruction ), ciò a cui stiamo assistendo è uno scontro aperto su campi alternativi di confronto: intelligenza artificale, automazione, disinformazione, propaganda, guerra commerciale, soft power, finanza, ecc.. Ma tutto questo rischia appunto di far si che la situazione sfugga di mano, e degeneri in un’esplosione della potenza della tecnica che metta a rischio le istituzioni stesse su cui si fondano entrambi gli imperi, e la natura delle relazioni internazionali a cui siamo abituati. Come sarà il mondo una volta che il genio uscirà definitivamente dalla lampada e sarà troppo tardi per tornare indietro? O forse è già troppo tardi?

2.2) Central Bank Digital Currency: un’introduzione

Abbiamo dunque detto che la tecnologia sta seriamente minacciando le istituzioni politiche alle quali deve la sua fortuna, e sta sconvolgendo il mondo così come lo conosciamo. E’ un’ondata trasversale, che coinvolge ogni nazione, ogni strato sociale, e ogni generazione. Niente e nessuno ne è immune. Diventa dunque un obbligo affrontare un tema molto caldo del quale il grande pubblico ancora è relativamente poco al corrente, e cioè la reale possibilità che la competizione tra potenze sfoci in una “guerra” monetaria anche attraverso la corsa all’adozione di CBDC (Central Bank Digital Currency), la versione digitale delle classiche FIAT. Le CBDC sono il risultato della trasformazione del denaro così come lo conosciamo grazie all’implementazione di una tecnologia dal nome di blockchain. Blockchain significa letteralmente catena di blocchi: si tratta di “un registro di transazioni digitali, di solito pubblico, che garantisce tracciabilità, trasparenza e sicurezza. Infatti ogni unità del registro, detto blocco, è collegata alle altre in rigorosa sequenza cronologica, e grazie all’uso della crittografia, i blocchi non sono modificabili, se non con il consenso della rete, ovvero l’approvazione di tutti i cambiamenti dai nodi della rete che utilizzano la blockchain” (Y.N. Harari, 2018). E’ l’architettura alla base di una valùta digitale di natura crittografica chiamata Bitcoin, della quale ancora non si conosce il fondatore, ma che ha cambiato per sempre il nostro modo di pensare il valore e la sua rappresentazione. Le banche centrali dunque hanno cominciato a studiare questa nuova tecnologia, e a sperimentarla. I primi paesi a muoversi in tal senso furono Uruguay e Svezia, con la pubblicazione nel 2018 dei risultati di singoli progetti sperimentali di moneta digitale (rispettivamente e-Peso e e-Krona). Ulteriori progetti sono stati portati avanti da altri Stati nella forma di partnership multilaterali in collaborazione con le banche centrali di altri Paesi e con attori del settore privato; ad esempio Bank of Canada e Monetary Authority of Singapore nel 2016 hanno combinato i rispettivi progetti denominati Jasper e Ubin per attuare “settlements” reciproci delle proprie CBDC per trasferimenti di denaro di alto valore, provando l’interoperabilità di sistemi blockchain diversi assieme all’aiuto del consorzio bancario R3, Accenture e JP Morgan (3), che hanno partecipato attivamente ai lavori. Sempre Bank of Canada a inizio 2020 ha co-fondato un gruppo di lavoro assieme a BCE, Bank of Japan, Bank of England, Sveriges Bank, Swiss National Bank e BIS ( Bank of International Settlement ) per studiare le CBDC, le loro peculiarità e potenzialità, condividere conoscenze e coordinare le ricerche riguardanti questa nuova tecnologia. Una nazione in particolare si ritrova a primeggiare nel processo di adozione della propria CBDC, e quel Paese è proprio la Cina: nel 2019, un pò a sorpresa, il governo di Pechino dichiarò pubblicamente di esser quasi pronto a rendere disponibile ai mercati la propria valùta digitale, e la notizia non passò affatto inosservata nei palazzi di Washington e in generale in tutto l’ambiente politico internazionale. Divenne chiaro da subito per l’élite USA che questa mossa avrebbe innescato una seria minaccia per l’egemonia finanziaria statunitense. Mentre in Occidente ancora si discute su potenziali benefici e costi dell’introduzione di digital currencies in un dibattito pubblico ancora acerbo e riservato a pochi specialisti, in estremo oriente sotto traccia hanno già deciso di premere sull’acceleratore e spingere verso questa direzione: Pechino ha la seria volontà di procedere senza indugi a partire dal 2020 con la commercializzazione della nuova moneta digitale che andrebbe ad accompagnare parallelamente la tradizionale valùta FIAT.

La modernizzazione del denaro prende la forma di un’arma da sfoggiare in un quadro più grande di competizione con gli USA (e col resto del mondo) che assistono quasi impotenti al sorpasso della loro parte avversa sollecitando le preoccupazioni degli addetti ai lavori. Come ha ricordato Chris Larsen, uno dei fondatori di Ripple, una compagnia che utilizza tecnologia blockchain per pagamenti cross-border, Pechino ha tra le mani una di quelle opportunità che capitano una volta ogni secolo per sottrarre lo scettro del dominio della finanza internazionale dalle mani degli Stati Uniti (4), e molti esperti del settore se ne stanno rendendo conto sempre di più. La corsa alla blockchain quindi rientra perfettamente nell’ottica della guerra fredda tra grandi potenze assieme a intelligenza artificiale e 5G, tutte tecnologie incredibilmente potenti e permeanti, in grado di cambiare sostanzialmente la natura delle società umane e gli individui stessi. Ma la vera novità di questo fenomeno inedito è l’entrata in campo di attori privati che hanno fiutato l’affare, e anticipando governi e istituzioni si sono fiondati con tutte le loro energie su questo nuovo mercato. Nel 2019 c’è stato solo un annuncio che ha destato più scalpore di quello della Cina e della sua CBDC: stiamo parlando delle dichiarazioni del CEO di Facebook riguardo la volontà dell’azienda di procedere con una propria cripto-valuta, Libra, basata su un paniere di beni composto da un mix di principali valùte e metalli preziosi. Facebook ha letteralmente messo in stato di allarme i governatori delle banche centrali di tutto il mondo, i quali si sono ritrovati costretti dalle circostanze a affrontare il tema pubblicamente. I buoi erano ormai usciti dalla stalla, e il velo di riservatezza che copriva questo mondo era stato strappato via irreversibilmente. Il progetto si è successivamente arenato, soprattutto a causa della resistenza degli stessi governatori e di vari governi di ogni continente, anche se si è trattato di un rallentamento temporaneo. A seguito di questi inciampi, la fondazione che fa capo a Libra ha optato per un approccio più soft e ha puntato su un dialogo costruttivo con regolatori finanziari e governatori di banche centrali comprendendo che era necessario interloquire con chi di dovere per questioni di immagine e di opportunità. Molti stakeholders coinvolti nel progetto infatti si ritirarono a seguito della paura di mettersi contro le autorità politiche e finanziarie dei vari Paesi. Nel white paper di Libra (5) aggiornato nel 2020, viene espressamente fatta enfasi sull’atteggiamento collaborativo della fondazione con tutte le parti, pubbliche e private, e sulla volontà di porre la criptovaluta come ponte tra le stable-coin (6) di Libra che a loro volte sarebbero direttamente collegate alle varie valùte locali, in attesa della nascita delle CBDC con le quali Libra punta a integrarsi. Questo piano, se venisse portato a termine, comporterebbe una serie di minacce esistenziali per il settore bancario classico, già messo a dura prova dalle innovazioni digitali e dalla sfida del mondo fintech. Ma vi sono anche enormi preoccupazioni per quanto riguarda le politiche monetarie locali e la stabilità finanziaria degli Stati, senza contare la paura di cedere ulteriore potere a quella compagnia privata se diventasse quasi-monopolista anche nel mercato delle transazioni cross-currencies. L’umanità dovrebbe essere più preoccupata dell’attivismo di Pechino o delle aspirazioni di Zuckenberg? Valùte digitali private tipo Libra e pubbliche come le CBDC possono diventare un modo per regimi avversi agli USA di aggirare le sanzioni imposte dagli americani e evitare l’utilizzo del Dollaro americano per effettuare pagamenti internazionali, come viene spiegato in un articolo di ForeignAffairs scritto da A.Kumar e E.Rosenbach (7). In particolar modo lo Yuan digitale potrebbe divenir sempre più attraente come alternativa al USD nei settlements internazionali, dato che la tecnologia blockchain permette di realizzare i pagamenti cross-currencies H24-7/7: questa flessibilità non è data dall’attuale sistema tradizionale. Ciò vuol dire che lo Yuan digitale può permettersi di rosicare pian piano fette di mercato dei settlement internazionali finora riservate alla moneta made in USA. Allo stesso tempo, la CBDC cinese potrebbe assumere sempre più le caratteristiche di un’arma Orwelliana nelle mani di Pechino per reprimire il dissenso e prevenire comportamenti non consoni alla dottrina imposta dall’alto: il governo centrale avrebbe il potere non solo di controllare ogni pagamento della popolazione, ma anche di punirla a proprio piacimento limitando o impedendo l’uso del proprio denaro, disegnando la realtà come in una puntata della serie tv Black Mirror.

2.3) Internet of value e decentralizzazione

Il mondo di oggi è la complessa sintesi di tanti momenti storici che si sono stratificati l’uno sopra l’altro, ognuno dei quali ha aggiunto qualcosa che ha segnato in profondità la realtà umana. Ciò che chiamiamo globalizzazione altro non è che la definizione relativamente recente di un fenomeno sociale antichissimo, l’ultimo episodio di un processo storico che vede le più disparate società (ri)collegarsi l’un l’altra grazie a nuove rotte commerciali, nuove tecnologie, e nuovi saperi. Trattandosi di un evento epocale che coinvolge epoche diverse, la globalizzazione ha vissuto differenti ondate, e si è imposta in diversi settori: per parlare dei tempi più recenti, si è andato a creare dal secondo dopoguerra quello che possiamo definire “internet dei beni”, grazie alle innovazioni nei commerci via mare, come ad esempio l’introduzione di cargo standard i quali hanno permesso di inviare con le stesse navi più merce rispetto a prima, migliorando dunque l’efficienza dei trasporti marittimi, inducendo perciò i porti di tutto il pianeta a adeguarsi e dando un impulso fortissimo al commercio navale globale; abbiamo assistito all’internet dei dati grazie all’esplosione del Web, il quale deve il suo successo di massa a una piccola ma fondamentale novità che ha permesso i singoli network di comunicare tra loro, cioè il protocollo http: finalmente reti di diversa natura potevano scambiare informazioni tra di loro e dare luce al network dei network, appunto Internet. Oggi sta per accadere qualcosa di simile sotto i nostri occhi, e il 99% della popolazione mondiale non se ne sta nemmeno rendendo conto: sta germogliando quello che in tanti hanno cominciato a chiamare “Internet of value”, ovvero l’ Internet del valore. L’Internet del valore è solamente l’ultimo “step” della globalizzazione così come la conosciamo; nella visione di Ripple, l’azienda che ha partorito tale concetto, questo termine serve a indicare “un internet dove il valore sia trasferibile in modo facile, economico e affidabile, come accade oggi per il trasferimento di dati.....uno spazio online dove le persone possano scambiarsi valore tra di loro eliminando intermediari e costi di transazione”. Inviare denaro dunque, ma anche asset classici digitalizzati come si inviano email. Non importa quale sistema blockchain o tradizionale l’utente A utilizzi, e non importa nemmeno quale sia quello scelto dall’utente B. Entrambi potranno scambiarsi valore (denaro, azioni, opzioni, derivati, metalli, beni immobili..insomma tutto ciò che abbia un valore il quale possa essere digitalizzato) senza frizioni, ovunque essi si trovino, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi giorno della settimana. E l’ingrediente segreto di questa “magia” si chiama ILP (Interledger Protocol). Un pò come http per internet, ILP è appunto un protocollo, un insieme di regole che contribuisce a inter-connettere tutti i metodi di pagamento esistenti, classici e non, rendendoli interoperabili fra di loro: un codice open source che rende possibile la comunicazione tra ledgers (libri mastri) diversi nella forma digitale. I creatori di ILP, Evan Schwartz e Stefan Thomas, si ispirarono proprio al protocollo http quando pensarono a un codice che fosse assolutamente neutrale e semplice, qualità che avrebbero consentito di collegare il maggior numero di networks di pagamenti possibile (8). Una volta perfezionato nel 2017, ILP venne successivamente donato dall’azienda Ripple al World Wide Web Consortium (W3), “una comunità internazionale dedita allo sviluppo di open standard per assicurare una crescita di lungo termine del web”. Senza entrare troppo in tecnicismi superflui che poco interessano, basterà sottolineare il fatto che oggi, seppur non ancora all’apice delle proprie potenzialità, esiste già un modo per bypassare il classico (e poco efficiente) sistema internazionale di trasferimento di valore al quale siamo abituati; questo nuovo modello si sta già affiancando a quello pre- esistente, integrandolo, per poi magari sostituirlo definitivamente in un futuro prossimo. E’ già partita quindi la corsa degli “incumbents” nel settore privato, agenti del cambiamento pronti a divorarsi mercati che sembravano impossibili da conquistare. SWIFT, la cooperativa di banche che gestisce il più delle transazioni cross-currencies per conto di istituti bancari e finanziari, subisce già le minacce di fintech emergenti che vogliono prenderne il posto. Lo stesso vale per una compagnia del calibro di Western Union, regina incontrastata del money-transfer, la quale sente anch’essa la pressione dei nuovi attori pronti a spodestarla dal trono. Questi due esempi ci servono a capire quanto la stessa egemonia USA sia messa in pericolo: pur avendo come sede centrale il Belgio, SWIFT viene costantemente usata dai governi americani per mettere in atto le proprie sanzioni. E’ un’arma alternativa nelle mani del presidente USA di turno, usata per escludere dal circuito finanziario internazionale quei Paesi ritenuti ostili, o meritevoli di questo trattamento (vedi Iran). Essendo un’organizzazione classica centralizzata, è facile da controllare e da usare per proprio tornaconto, e gli USA non si sono dati problemi nel dimostrarlo. Ma questo modo di fare non sarà più possibile una volta che ILP e le CBDC otterranno una diffusione mainstream: teoricamente nessuna nazione avrà più la possibilità di chiudere o aprire a piacimento i rubinetti dei flussi finanziari internazionali a un altro Stato. Rimarrà ovviamente il potere di boicottare gli istituti finanziari e bancari di un regime non amico, ma non quello di escludere in maniera coercitiva un sistema-Paese dal circuito finanziario del globo. E uno scenario simile non dovrebbe dispiacere al resto del mondo al di fuori degli USA, compresa l’Europa che a volte si è vista costretta a accettare a testa bassa le sanzioni stabilite da Washington in solitaria verso Stati con i quali il vecchio continente aveva rapporti più amichevoli. Come ricorda D. Birtch, direttore presso la Consult Hyperion “ in un mondo di CBDC, non c’è certezza su quale possa essere il ruolo di SWIFT...potrebbe non esserci più il coinvolgimento delle stesse banche nelle transazioni...e il denaro diverrebbe un entità dis-intermediata (9)”. Sarà sufficiente avere un wallet digitale per poter effettuare pagamenti cross-currencies, e questo vale per i singoli individui, ma anche per istituti finanziari, imprese, enti statali, chiunque insomma.

Nel frattempo i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) non sono rimasti a guardare e hanno mandato avanti un progetto di cooperazione e ricerca in ambito DLT e blockchain gestito dalla NDB (New Development Bank), l’istituzione finanziaria nata nel 2010 con la sponsorizzazione di vari governi (soprattutto quello di Pechino) per fare concorrenza al FMI (Fondo Monetario Internazionale). L’iniziativa ha portato i leader dei BRICS a dichiarare pubblicamente durante l’undicesimo vertice annuale tenutosi nel 2019 la volontà congiunta di costruire un sistema alternativo a SWIFT che abbia al proprio centro una criptovaluta che possa sostituirsi al USD. Lo statement piuttosto clamoroso è avvenuto a seguito di un altro annuncio altrettanto (se non più) pesante, e cioè la confessione da parte del CEO di Facebook di aver l’intenzione di implementare nella propria piattaforma una valùta digitale dal nome di Libra. Sempre nel medesimo anno (e anche a causa di questi sviluppi improvvisi) i membri del G20 hanno messo nero su bianco durante vari vertici il fatto che gli asset digitali (o cripto- asset) non costituivano un pericolo per la stabilità monetaria, ma anzi l’innovazione tecnologica poteva portare con sè notevoli benefici all’economia; veniva preso l’impegno di stabilire standard comuni per questa nuova categoria di asset con un occhio di riguardo alla lotta contro il finanziamento di terrorismo e riciclaggio. In breve, i grandi del pianeta si sono formalmente impegnati a formulare un framework condiviso per poter procedere con la regolamentazione di questi asset, sia quelli di natura privata che le CBDC, ma fintanto che questo set di norme non vedrà luce, l’adozione vera e propria dovrà attendere per evitare rischi. A Giugno del 2019 lo stesso G20 invitava il Financial Stability Board (FSB) a “esaminare le problematiche in tema di regolamentazione nate a seguito degli accordi emersi sui cosiddetti stablecoin globali e di consigliare risposte multilaterali appropriate, con un occhio di riguardo ai mercati emergenti e ai Paesi in via di sviluppo (10)”. Il FSB si sarebbe poi dato da fare, chiedendo l’opinione ai vari stakeholders e attori principali di questo settore, e il suo lavoro è tuttora in corso. In un paper recente, la BCE ricorda come sia necessario continuare a studiare il fenomeno delle stablecoins il quale è in continua evoluzione e agire in coordinamento con gli organi globali responsabili per la definizione di standard internazionali (11). In un precedente studio pubblicato da Dr. R.Houben e A.Snyers su richiesta della commissione ECONN per conto dell’UE invece veniva adottato un approccio più cauto, e si evidenziava il fatto che “ è troppo presto per capire se davvero le CBDC siano game changer per i pagamenti.. più ricerche sono necessarie..ma un interessante corrente di pensiero considera che sostituire il cash anonimo e intracciabile con CBDC tracciabili potrebbe in teoria porre fine al molte attività criminali e di riciclaggio, anche se dal punto di vista politico è assai improbabile che accada (12)”. La sintesi generale è un mix di cauto ottimismo e realistica preoccupazione per i rischi che questo tipo di novità comporta, anche se per esempio la Cina sembrerebbe aver deciso che i pro sono di gran lunga superiori ai contro a giudicare dalla velocità con la quale sta spingendo in questa direzione. Non mancano però critiche rivolte all’Europa: Philipp Sandner, a capo della Frankfurt School Blockchain center, non si è fatto problemi a accusare la BCE “si essersi mossa troppo lentamente..soprattutto dato l’avvento di Libra e dello Yuan digitale, la BCE deve reagire velocemente in modo da conservare la propria posizione geopolitica”. M.Carney, ancora a capo della Bank of England, ha assunto un atteggiamento molto più cauto sul tema CBDC, dicendo che “una Sterlina digitale dovrebbe venir progettata molto attentamente, poiché potrebbe comportare sfide significative: potrebbe rivelarsi problematica per la stabilità monetaria e finanziaria, e la BOE è ancora distante dal prendere una decisione definitiva sull’adottarla o meno (13)”. E’ piuttosto l’Asia il continente più vivace e aperto a questo mondo, e non per caso. Per fare un esempio, il sud-est asiatico è una delle regioni del globo peggio servite da SWIFT: ciò comporta inefficienze, ritardi, e costi superiori rispetto a altre aree del pianeta, con effetti negativi sulla competitività dei rispettivi sistemi bancari e a danno delle economie locali: da qui deriva il maggior incentivo per i governi di quella regione a provare nuove soluzioni che promettono di abbattere costi e tempi di transazione dei flussi finanziari. Questo tipo di spinta è meno presente in altri territori meglio collegati al circuito finanziario mondiale (e grazie al quale traggono maggiori profitto), come gli USA per esempio. Gli Stati Uniti sono coloro che hanno più da perdere da un cambiamento delle regole gioco e dalla trasformazione radicale dell’attuale sistema finanziario piramidale e centralizzante (che li vede posti in cima e al centro di tutto) in un network orizzontale e de-centralizzante, dove diverrebbero uno dei tanti nodi dell’internet del valore: un nodo certamente fondamentale, ma alla pari di altri nodi non meno importanti. E il paradosso di tutto ciò sta nel fatto che è proprio in California, e più precisamente nella Silicon Valley dei pionieri tecnologici, il ventre fertile delle più importanti scoperte e innovazione che riguardano Distributed Ledger Technology e blockchain. Ma l’assenza di chiarezza normativa, gli intoppi burocratici, e i ritardi dell’amministrazione federale nella costruzione di una versione digitale (CBDC) del Dollaro americano hanno messo gli USA nelle condizioni di dover inseguire la Cina e il resto del mondo su questo versante. Riusciranno a rimettersi in carreggiata in tempo? O lasceranno che la Cina fugga verso il futuro senza freni e si ponga come leader incontrastato del prossimo assetto finanziario mondiale? La domanda è lecita, ma per la risposta bisognerà attendere. La guerra fredda tra i due giganti è ancora agli inizi, e nessuno sa quanto durerà. Per ora si può tranquillamente dire che Pechino è in vantaggio su tutti, e godere della posizione di first mover è un vantaggio strategicamente importantissimo, soprattutto in un ambiente estremamente competitivo come questo.

2.4) USD: da Bretton Woods a oggi.

La moneta americana è stata di fatto la valùta di riserva globale dagli anni ‘20 del XX secolo, praticamente un secolo di dominio incontrastato. Mediamente una valùta di riserva gode della propria posizione di privilegio per un lasso di tempo che va dagli 80 ai 100+ anni (14). Diversi fattori incidono sullo status della valùta di riserva, tra cui “ tassi di interesse, inflazione, crescita economica, stabilità e influenze esogene”. Ma l’ingrediente più importante è proprio la fiducia in tutto ciò che una determinata moneta rappresenta. La fiducia nella bontà dell’economia dello Stato che conia quella valùta, nelle sue istituzioni politiche e economiche: per dirla in parole povere, la fiducia nel sistema-Paese intero. Una valùta può diventare riserva di valore per imposizione/accordi (USD, accordi di Bretton Woods) o in maniera naturale (Fiorino olandese, XVIII secolo d.C.). Per una nazione, essere l’unità di conto mondiale significa godere di rischi (e costi) minori per i tassi di cambio essendo la propria valùta usata per il più dei commerci esteri, ma anche tassi di interesse più bassi per il credito, e poter fare deficit senza conseguenze (almeno in apparenza). E’ una posizione di “esorbitante privilegio” (parafrasando l’ex Ministro delle Finanze francese Valerie D’Estaing) , con benefici per l’appunto immensi. Ma ci sono anche dei lati negativi, come ad esempio l’affacciarsi del Dilemma di Triffin, ovvero che quando una moneta viene adotatta come valùta di riserva a livello internazionale, viene a formarsi un conflitto d’interesse tra gli obbiettivi interni di breve termine, e quelli globali di lungo termine. La domanda estera di valùta di riserva induce lo Stato che la emette a rispondere a quella richiesta, ma nel far ciò provoca un deficit nei pagamenti, in particolar modo in conto corrente. Questo perenne disavanzo mina la fiducia nella valùta stessa alla lunga, creando un paradosso: la forte domanda di quella valùta è di fatto la sua condanna sul lungo termine. L’ex governatore della banca centrale cinese Z. Xiaochuan riferì che una delle cause strutturali della crisi finanziaria del 2008 fu proprio il Dilemma di Triffin, e propose come soluzione a questo problema una riforma sostanziale del Fondo Monetario Internazionale e paralellamente un graduale abbandono del USD come riserva globale a favore del SDR (Special Drawing Rights), un asset di riserva internazionale basato su un paniere delle principali valùte mondiali (USD, Euro, Sterlina, Yen e Yuan) su cui il FMI avrebbe dovuto teoricamente esercitare un maggior controllo. Gli SDR esistono dal 1969, sono nate per aiutare a rifornire di liquidità e assistenza finanziaria le nazioni che ne avessero avuto bisogno, ma non hanno mai riscontrato un gran successo durante tutto questo tempo. L’ex governatore in un paper pubblicato nel 2009 (15) sostenne che la riforma del FMI avrebbe avuto come scopo quello di “creare una valùta di riserva internazionale scollegata dalle singole nazioni e in grado di rimanere stabile nel lungo termine, rimuovendo le inefficienze dovute all’uso di un valùte nazionali basate sul credito.. e permettendo di gestire meglio la liquidità globale.” Z.Xiaochuan ricordò come già l’economista Keynes avesse proposto qualcosa di simile negli anni ‘40 del ‘900, l’istituzione di una moneta internazionale che lo studioso chiamava Bancor, basata sul valore di 30 commodities rappresentative. Ma questa ipotesi venne scartata al momento della firma degli accordi di Bretton Woods sul finire del secondo conflitto mondiale, a favore della linea di pensiero che voleva un sistema incentrato su un USD legato all’oro. Come l’economista Triffin aveva previsto, l’utilizzo del USD come riserva mondiale ha portato nel tempo a una corsa all’accaparramento delle riserve auree americane, e questo fenomeno portò al necessario collasso degli accordi di Bretton Woods con le misure decise da Nixon (il presidente americano che slegò definitivamente il USD dall’oro, dando vita al sistema FIAT ancora in vigore). Il Fondo Monetario Internazionale ha già proposto di istituire un SDR digitale, in modo da rendere questo strumento più attraente e promuoverne l’adozione come asset alternativo al Dollaro americano. Ma se un paniere di valùte non ha avuto successo prima, siamo sicuri che possa averne in futuro? Mark Carney, l’ex governatore dell Bank of England, quando era ancora in carica ha reso una dichiarazione pubblica piuttosto interessante durante il Jackson Hole Symposium in Wyoming con suoi ex colleghi governatori nell’Agosto del 2019 (16): il discorso faceva perno sul concetto piuttosto originale di sostituire il USD con una synthetic hegemonic currency (SHC) promossa idealmente da un network di banche centrali. Ispirato dalla moneta di Facebook, Carney ha avanzato l’idea di adottare globalmente una SHC ancorata magari a un paniere di valùte (17). Qualcosa di simile a Libra, ma portato avanti dal settore pubblico. Carney continuava dicendo che una SHC avrebbe alleviato il peso che ricade sul USD nel commercio mondiale, e incentivato le economie emergenti a diversificare le proprie holdings di beni rifugio a favore delle altre valùte che andavano a comporre lo stesso paniere, in modo da riequilibrare i tassi di interesse e rimediare alla trappola di liquidità mondiale. Questo progetto come si può notare non è molto dissimile da quello di un SDR digitale, e le critiche fanno riferimento proprio al fatto che un paniere di valùte differenti non ha mai funzionato prima come asset alternativo al USD. Carney sosteneva che “mentre l’economia mondiale è stata travolta da un riordino, l’importanza del USD come moneta di scambio mondiale era rimasta la stessa di quando collassò il sistema di Bretton Woods”. Gli USA non erano più il paese col surplus più grande al mondo come nel secondo dopoguerra, e la loro quota di PIL in proporzione alla ricchezza totale prodotta nel globo non era più la stessa di prima; ciononostante il USD era ancora di gran lunga l’asset preferito per gli scambi commerciali mondiali, e questo disequilibrio andava risolto. L’ex governatore sottolineava che questa disfunzione intrinseca nel sistema monetario internazionale era motivo di tassi di interesse troppo bassi e freno alla crescita mondiale, oltre che ostacolo per le banche centrali nellla loro capacità di affrontare situazioni di crisi. Ai suoi occhi “accumulare risorse presso il FMI, per poter distribuire i costi tra tutti i suoi 189 membri, sarebbe stato più efficiente che lasciare ogni singolo Paese auto-assicurarsi.” A questo proposito ha invitato a triplicare le risorse del FMI nella prossima decade.

L’obbiettivo di lungo termine consisteva nel disegnare un sistema multipolare che rispecchiasse l’attuale eterogeneità dell’economia reale mondiale, piuttosto che attendere la sfida dello Yuan cinese al Dollaro americano. Il vantaggio principale di un’architettura multipolare del sistema monetario e finanziario sarebbe stato la diversificazione. Anche se un sistema simile può sembrare al momento lontano, in realtà i recenti sviluppi tecnologici lo renderebbero potenzialmente possibile. Il dibattito insomma è aperto e vivace. Per gli USA quindi questi squilibri si traducono in deficit abnormi e quindi debito pubblico fuori controllo, tassi di interesse tenuti artificialmente bassi che inducono a sottovalutare i rischi legati al credito, il che porta a sua volta a alimentare bolle tipo quella scoppiata nel 2008. Dal punto di vista estero invece, tutto ciò comporta che le economie emergenti siano sempre più dipendenti dalle politiche attuate dalla FED. Per i mercati emergenti, una crescita del USD può significare maggior rischio default del debito pubblico; in quel caso le banche centrali locali reagiscono alzando i tassi di interesse a sostegno delle proprie valùte, ma questo vuol dire tirare il freno alla crescita economica e provocare maggior disoccupazione. Quando si presentano gravi crisi globali, la FED è costretta di fatto a indossare i panni del prestatore di ultima istanza e a inondare i mercati mondiali di denaro facile, il quale però è più probabile che finisca a alimentare i prezzi di asset finanziari e beni rifugio più che a sostegno della classe media (18), come l’esperienza insegna. Allora forse i governatori delle banche centrali di tutto il mondo dovrebbero concentrarsi meno sulla ricerca di una nuova riserva mondiale che rimpiazzi il USD, e impegnarsi di più nel costruire un sistema decentralizzatro che preveda interoperabilità delle valùte digitali, bypassando dunque la necessità che tutto ruoti attorno al USD o a qualsiasi altra valùta digitale candidata a prenderne il posto. Forse l’umanità intera per la prima volta dalla nascita dello Stato moderno potrebbe trarre profitto dalle potenzialità che la tecnologia blockchain/DLT può offrire, e ripensare tutto il sistema monetario dalle sue fondamenta, disegnandone uno nuovo, più giusto e efficiente. Un level playing field, un campo d’azione dove tutti i partecipanti siamo posti sullo stesso piano, senza gli evidenti limiti e distorsioni di cui abbiamo discusso.

3) Conclusioni: a level playing field

Il dibattito pubblico mondiale sul sistema monetario che verrà è apertissimo. Nonostante i comprensibili tentennamenti e dubbi riguardo i rischi correlati alle CBDC, è oramai evidente che il sentiero da intraprendere è quello della digitalizzazione delle valùte nazionali, in ottica di ammodernamento dei vari sistemi di pagamento, con un occhio di riguardo a quelli cross-currency. Lo testimonia il fatto che al momento “l’80% delle banche centrali è impegnato in ricerca, sperimentazione o sviluppo di una CBDC (19)”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’annuncio di Facebook riguardo il progetto Libra. Si è trattato sicuramente del campanello di allarme più importante: se qualche banca centrale era ancora scettica riguardo l’universo delle valùte digitali basate su crittografia, dopo quella notizia nessun governatore poteva più concedersi il lusso di ignorare ciò che stava accadendo sotto il loro naso. La seguente confessione di Pechino di aver creato in riservatezza una propria CBDC e di volerla metterla in circolazione in breve tempo si inseriva in questo contesto. E’ soprattutto dal 2016 che varie banche centrali hanno cominciato a effettuare sperimentazioni con la DLT attraverso singoli progetti interni per capire quali fossero le implicazioni delle valùte digitali. Agli inizi di quell’anno ebbe luogo il progetto Jasper della Bank of Canada, mentre qualche mese più tardi la Monetary Authority of Singapore lanciò il suo progetto denominato Ubin. La Hong Kong Monetary Authority si diede da fare col progetto LionRock ( Gennaio 2017 ), mentre BCE e Bank of Japan davano luogo congiuntamente al progetto Stella per i pagamenti cross-border. Altre inziative venivano alla luce nei Paesi arabi, in Thailandia, ecc.. Inizialmente si trattava esclusivamente di progetti destinati a provare le CBDC all’ingrosso. Solo più tardi sarebbe emerso lo studio delle CBDC per il loro utilizzo al dettaglio. Ricordiamo ad esempio gli sforzi di Riksbank in Svezia nel 2017 nello sperimentare la e-Krona, il progetto DXCD della Eastern Caribbean Central Bank, o quello chiamato Send Dollar e promosso dalla Central Bank of Bahamas. Tutti questi proof of concept sono andati avanti per anni, nella disattenzione generale, fino al fatidico annuncio di Libra, che ha spostato i riflettori su questo tema. Ma l’aspetto più affascinante di questa storia consiste nel fatto che questo processo diventa complementare al discorso pubblico che verte sul futuro (ri)ordine mondiale, perché DLT, blockchain e CBDC avranno un ruolo chiave nei futuri equilibri geoeconomici e geopolitici internazionali. Chi riuscirà a domare e sfruttare al meglio queste nuove tecnologie potrà godere di un vantaggio non indifferente nella lotta per la supremazia sul pianeta. E’ indubbio che in realtà complesse come la Cina, la CBDC possa assumere i connotati dell’ennesimo strumento nella mani del governo centrale per perpetuare la sua polica centralizzante e oppressiva nei confronti dei cittadini, oltre a svolgere la funzione di arma alternativa per minare il dominio del USD. Ci sono dubbi etici verso le CBDC di non poco conto, e si tratta spesso di preoccupazioni in tema di privacy. Molti delle questioni pre-esistenti nell’universo dei pagamenti però rimarrebbero irrisolte, ad esempio il problema delle frizioni nei settlement cross-currency, e i danni collaterali nell’ avere un sistema monetario troppo dipendente dal USD. Quegli effetti indesiderati verrebbero a ripresentarsi nel caso che lo Yuan o qualsiasi altra valùta rubi le redini al Dollaro americano, perché sono innati nell’architettura fallace di tutto il sistema nel suo complesso. Il Dilemma di Triffin ci pone dinanzi al paradosso irrisolvibile, e non se ne scappa. Vanno dunque cambiate le regole del gioco, ma come? Rispolverare le teorie di Keynes e tornare alla sua proposta di una valùta internazionale neutrale appoggiata a un paniere di beni non è una cattiva idea, ma i tentativi passati del FMI in tal senso non hanno riscontrato un enorme successo (vedi SDR), e come si fa a convincere diverse potenze, ognuna con i propri interessi egoistici, a venirsi incontro per cercare una soluzione condivisa che vada bene a tutti? In fondo ci sono volute due guerre mondiali per ufficializzare il passaggio dalla Sterlina britannica al USD come standard. Allora forse è molto più probabile che non si trovi una soluzione comune, ma che sia piuttosto il Mercato a scegliere. Magari tra qualche anno avremo una criptovaluta neutrale, nata spontaneamente nel settore privato, sicura e decentralizzata, che a poco a poco verrà usata sempre più come strumento finanziario per i settlement cross-currency. Un asset digitale che faccia da ponte non solo tra valùte diverse, ma fra tutto ciò che abbia valore digitalizzabile. Questa è la visione che ha Ripple ad esempio, una compagnia che ha posto per la prima volta SWIFT davanti la legge della concorrenza, e ha deciso di importare la tecnologia blockchain nel mondo bancario dall’interno, offrendo come soluzione per il trasferimento di denaro su scala internazionale una propria criptovaluta, XRP. Le loro soluzioni permetterebbero di muovere denaro istantaneamente e a costo quasi nullo ovunque ci sia una connessione internet. Attori come Ripple sono quelli che in gergo vengono definiti “disruptors”, perché la loro tecnologia non migliora quella di prima, ma la rende del tutto superflua. Che senso avrebbe dover cercare qualcosa che vada a sostituirsi al USD, quando basterebbe semplicemente rendere tutti i sistemi di pagamento sul pianeta interoperabili? Che senso avrebbe per una banca conservare Nostro/Vostro in ogni continente, in un mondo dove pagamenti e settlements non sono più due fasi distinte della stessa operazione, ma vanno a coincidere? Se la mettiamo così, allora cambia tutto il nostro modo di guardare il mondo. Se io posso inviare denaro in Euro versione CBDC a una mia amica che vive in Cina, e lei riceve istantaneamente (e senza costi di commissione) i suoi soldi nella forma di CBDC cinese, e dietro la magia di questa azione non c’è una valùta di riserva internazionale, ma due sistemi blockchain distinti ma interoperabili grazie al protocollo ILP e un asset digitale neutrale come ponte digitale, allora è chiaro che le regole del gioco sono già cambiate, ma non grazie alla Politica. E’ la tecnologia che cambia tutto. E’ assolutamente plausibile che sia il settore privato (e quindi il Mercato) a risolvere i nodi che la classe politica mondiale da sola non riesce a sciogliere. E qui torniamo al discorso iniziale affrontato in questo elaborato: siamo noi che controlliamo la tecnologia, o il contrario? Le grandi potenze usano la tecnologia per raggiungere i propri fini, o oramai la tecnologia è diventata il fine stesso? E che ne sarà di un pianeta che diverrà più orizzontale grazie a DLT e blockchain? La globalizzazione del denaro che ripercussioni avrà sullo scenario geopolitico mondiale? Riuscirà la Politica a conservare un certo grado di potere sul denaro, o anche il denaro sta diventando materia per esperti di algoritmi e si sta emancipando dal potere politico? Siamo così sicuri che i vari governi non siano del tutto (in)potenti davanti a fenomeni di tale portata? Chris Larsen sostiene che l’Interledger Protocol avrà un impatto positivo sulle valùte più richieste, perché le renderà ancora più liquide e facilmente reperibili, mentre quelle meno attraenti rischieranno di crollare più facilmente. Allora è questo forse il level playing field sulle cui fondamenta si poggerà il nuovo mondo, un sistema monetario e finanziario decentralizzato che metta tutti sullo stesso piano... e che vinca il migliore.

Note:

1 A. Khanna, P. Khanna “How technology promotes world peace”, The Atlantic, 12/06/2012 2 A proposito è consigliabile la lettura dell’opera di E.Severino “Destino della tecnica”, Rizzoli, Milano, 1998 3 Jasper-Ubin Design White paper, Accenture, 2009 www.mas.gov.sg 4 Per ulteriori approdondimenti, è auspicabile rileggersi l’intervista a Chris Larsen: “The tech world is here- and US isn’t winning”, The Hill, 21/08/2020 5 Nuovo White Paper Libra, Aprile 2020 www.libra.org 6 Per stablecoin si intende un token che rappresenti un bene in particolare, che sia una moneta o un’oncia d’oro, e il cui valore rappresenti il medesimo di un’unità di quel particolare bene. 7 A.Kumar E.Rosenbach, “Could China digital currency unseat the Dollar? “, Foreign Affairs, 20/05/2020 8 E. Schwartz, S. Thomas, “ A protocol for interledger payments”, www.interledger.org 9 D.Birtch, “ Sibos 2020”, www.finextra.com, 7/10/2020 10 FSB, “Addressing the regulatory, supervisory and oversight challenges raised by global stablecoins arrangements”, 14/04/2020 11 ECB crypto-asset task force, “Stablecoins, implication for monetary policy, financial stability, market infrastructure and payments, and banking supervision in the Euro area”, Settembre 2020 12 Dr R.Houben, A. Snyers, “Crypto-asset: key developments, regulatory concerns and responses”, www.europarl.europa.eu, Aprile 2020 13 M.Carney, “Central Bank Digital Currency: opportunities, challenges and design”, www.bankofengland.co.uk, Marzo 2020 14 Edwin Kinoti, “CBDC:geopolitical ramification of a major digital currency”, Settembre 2020 15 Z. Xiaochuan, “Reform the international monetary system”, 23/03/2009 16 M.Carney, “The growing challenges for monetary policy in the current international monetary and financial system”, www.bankofengland.co.uk 23/08/2029 17 Matthew De Silva, “Why does the Bank of England want a global digital currency?”, www.quartz.com 29/08/2019 18 Michael J. Casey, “A crypto fix for a broken international monetary system”, www.coindesk.com , 2/09/2019 19 R.Auer, G.Cornelli, J.Frost, “Rise of the central bank digital currency: drivers, approaches, and technologies”, BIS working paper n. 880, Agosto 2020

Sitografia: www.ambcrypto.com www.bankofcanada.ca www.bankofengland.co.uk www.bancaditalia.it www.bis.org www.blockchain.news www.bloomberg.com www.boj.or.jp www.coindesk.com www.cointelegraph.com www.cryptonomist.ch www.dailyhodl.com www.dgen.org www.dtcc.com www.ecb.europa.eu www.emanueleseverino.com www.europarl.europa.eu www.financemagnates.com www.g20.org www.ilsole24ore.com www.imf.org www.medium.com www.nationalinterest.org www.fed.gov.com www.finextra.com www.forbes.com www.foreignpolicy.com www.fsb.org www.infosys.com www.investinblockchain.com www.mas.gov.sg www.mckinsey.com www.monetaecivilta.it www.oltrelinea.news www.philosophyofmetrics.com www.project-syndicate.org www.pwc.com www.quaz.wiki www.r3.com www.ripple.com www.rtpsummit.com www.sia.eu www.theagilityeffect.com www.theblockchainland.com www.thehill.com www.theatlantic.com www.voxeu.org www.w3.org www.wikipedia.org www.worldbank.org www.xrpcommunity.blog www.yahoo.com

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