Pedagogia della pace nel Centrafrica

Dicembre 2020

Il dibattito sulla pedagogia e sui servizi di qualità per la prima infanzia in corso nei paesi centrafricana, ai più sconosciuto, e in realtà un percorso culturale estremamente ricco e documentato nel quale sono presenti spunti critici di alto livello così come analisi molto caratterizzate dalla novità e dalla spontaneità della ricerca. I paesi centro africani sono tra quelli con il più basso livello di frequenza dei bambini e delle bambine piccoli ai servizi educativi. Il CIad ad esempio scolarizza lo 0,8% dei bambini in età 0-6 anni. Le ragioni affondano le radici nell’instabilità complessiva della zona, martoriata da guerre come quella del Darfur, quella del Congo, quella del Sahel. Il terrorismo, la crisi economica ed ambientale che attanaglia questi paesi sono elementi che peggiorano ulteriormente la situazione. In molti casi si tratta di Paesi che hanno vissuto percorsi di decolonizzazione piuttosto instabili nei quali colpi di Stato, prese di potere basate sulla violenza, conflitti etnici sono stati spesso alimentati anche da forze e poteri esogeni agli stessi territori. Dal Senegal alla Costa d’Avorio, dal Congo al Ciad, tutta l’area centrafricana, soprattutto quella di lingua francese, sconta un ritardo nella creazione di servizi alla prima infanzia che ancora oggi porta in questi paesi difficoltà nella istituzione di sistemi educativi efficienti ma anche un sistema sociale e di Welfare che si prenda cura di tutte le persone. Non a caso questi sono ancora paesi di forte emigrazione. Nonostante tutto questo quadro certamente problematico e caratterizzato da grande fragilità democratica, il dibattito sui servizi e sui diritti dei bambini piccoli ha avuto un forte impulso gli ultimi anni. Di prima infanzia si è iniziato a parlare recentemente ed alcuni percorsi di sviluppo di legislazione sono stati avviati. Il Senegal ha completato una prima riforma istituzionale dei servizi all’infanzia ben narrata dal testo di Pépin Faye, De l’éducation préscolaire au Sénégal (2014), purtroppo disponibile solo in lingua francese. Si tratta di un testo che testimonia tanto la novità del percorso quanto la volontà di chi lo ha messo in gioco di costruire opportunità importanti per l’infanzia senegalese. Il Chad recentemente nei propri percorsi di riforma della scuola di base ha inserito anche il segmento prescolare, considerando la scuola tutti gli effetti sia per ragioni di opportunità logistiche strutturali ed organizzative, ma anche per scelta culturale di vivere la prima infanzia come scuola a tutti gli effetti. La consapevolezza dello stretto intreccio tra politica e pedagogia emerge chiaramente nelle parole del professorNodjitolabaye Kouladuomadji, rettore del dipartimento di filosofia dell’Università di Ndjamena:

Se qualcuno vuole distruggere uno Stato moderno, è sufficiente che questa persona malintenzionata metta i bastoni tra le ruote del sistema educativo di quello Stato.

Come spesso accade, la fase la fase di implementazione sconta poi ritardi e difficoltà di carattere economico istituzionale e talvolta anche a fronte di buoni documenti legislativi istituzione vera e propria dei servizi educativi rimane ancora in divenire. Ciò nonostante questo dibattito sta portando elementi importanti dal punto di vista pedagogico che giusto provare ad previdenziale. Un primo argomento che viene dibattuto è quello del curricolo in lingua naturale. Spesso i curricoli in questi paesi sono stati imposti in lingua inglese o nella lingua della potenza colonizzatrice. I nuovi curricoli centro africani sono tendenzialmente tutti orientati al recupero delle lingue del luogo, anche correndo il rischio di una eccessiva parcellizzazione o dialettizzazione dell’istruzione ma con il chiaro intento di un recupero della cultura originale. È evidente che per molti di questi paesi la lingua francese, soprattutto per le generazioni nate negli ultimi quarant’anni, è diventata una sorta di lingua madre, ma ancora oggi le tante lingue dell’Africa centrale, e non solo, restano un patrimonio culturale e umano oltre che un mezzo di comunicazione quotidiano. Un secondo elemento pedagogico di sicuro interesse è il tentativo di questi paesi, pur nella loro difficile collocazione geopolitica planetaria futura, di fare educazione alla cittadinanza globale. Uno slogan, forse più che una pratica, ma certamente un intento che diventa oggi quanto mai fondamentale per bambini che vivono in paesi che si stanno ricostruendo con tante difficoltà, ma nei quali i percorsi di migrazione e di viaggio sono sicuramente all’ordine del giorno. Altro aspetto su cui vale la pena porre l’attenzione per chi si occupa di pedagogia è la tensione all’uso, e talvolta all’abuso, del digitale. Anche in questo caso si tratta di percorsi in fase embrionale. Non di meno, in Congo già da anni l’educazione prescolare è proposta via radio perché è l’unico mezzo per raggiungere determinate zone dove le infrastrutture e i servizi essenziali scolastici non sono presenti, e con questo mezzo si riesce almeno ad offrire qualche contenuto culturale ai bambini del luogo. Oggi è in corso di sviluppo una app con contenuti educativi prescolari per l’infanzia nelle diverse lingue che probabilmente andrà a sostituire i percorsi via radio e ad offrire opportunità di apprendimento. È del tutto evidente che questo tipo di percorsi non rispondono alla piena esigenza relazionale educativa. È altrettanto vero che non si può immaginare di avere scuole per l’infanzia che siano costituite sulla tipologia e sui contenuti di quelle annoi più conosciute nei paesi occidentali. I percorsi educativi africani e in particolare centrafricani devono per forza di cose avere delle tipologie di approccio all’educazione differenti. L’educazione alla pace è un altro percorso necessario ed urgente in Paesi caratterizzati dalla costanza delle guerre, siano esse tra paesi, gruppi etnici o sociali interni al territorio nazionale come definito dopo la decolonizzazione. Interessante il testo di Thalès Djimrassem e Reoular Ndigmbayel, Pour une éducation à la paix et au développement au Tchad (2020), nel quale i due studiosi ciadiani propongono l’urgenza di un lavoro sulla pace quale pietra miliare per la nascita di un paese democratico:

è la pace, o lo stato di tranquillità, che permettono a tutti i membri di una società di realizzare le loro ambizioni e i loro obiettivi. Al contrario della pace, noi abbiamo la guerra, i conflitti, le incomprensioni e tutto quello che disorganizza una società (pag. 33).

Si tratta di un dibattito molto ricco e anche molto critico che, seppure in una fase iniziale, comincia a mostrare opportunità di dibattito e di approfondimento estremamente interessanti sulle quali anche la pedagogia occidentale, soprattutto quella legata ad approcci non formali, dovrebbe prestare attenzione. I percorsi di apprendimento dei bambini africani rappresentano una grande sfida per tutto il mondo e un’occasione per rimettere in gioco percorsi pedagogici ad oggi rimasti incompleti o i cui esiti non sono quelli sperati. L’Africa ancora una volta rappresenta una grande opportunità da tutto il mondo.