Storie dal lockdown

Diario dalla chiusura ligure

Ho appena finito di compilare una lista di nomi.

Da qualche settimana, ogni due lunedì, vado a Imperia a distribuire pasta, cibo in scatola e quanto altro di utile per poveri, meno abbienti e in generale chi ha perso il lavoro. La lista è stata una richiesta dei miei colleghi di beneficenza, c'è bisogno di mettere ordine alla lista di nominativi per avere un'idea completa di quante.

Esclusi i nominativi di coloro che ritirano per conto di un'altra persona anche indisposta, in totale ci sono sessanta nominativi. Tanti cognomi di famiglie che non possono più lavorare, che stanno aspettando la cassa d'integrazione da marzo di quest'anno, che faticano a dare ai figli anche i quaderni o le penne per la scuola.

C'è lo stesso numero di cognomi italiani e di cognomi stranieri. A ogni appuntamento la lista si allunga, ma resta sardonicamente equa nella distribuzione.

Dove le chiusure separano, la povertà unisce.

Dalle 11:30 fino alle 17:30, orario in cui ho staccato, non è stato possibile per me fermare un numero sufficiente di persone, ma contrariamente a quanto potrebbe sembrare, la stazione era più animata rispetto agli altri giorni. Nonostante i posti di blocco, i continui controlli e un numero sempre più ristretto di locali di ritrovo, i binari più frequentati prima del Covid si sono riempiti di un brulicare buono, gente nuova, visi nuovi.

Il problema è che nessuno avrebbe parlato la mia lingua.

Tra i requisiti necessari alla somministrazione del mio questionario ce n'è uno che parla chiaro e tondo: sono intervistabili le persone di origine straniera, purché risedenti in Italia e con un discreto livello di conoscenza della lingua italiana. Le domande non sono complesse nella loro formulazione, ma alcuni termini richiedono comunque una minima capacità di astrazione che, a detta delle varie aziende di ricerca, “una cognizione solo sufficiente della lingua” non può garantire. Senza voler fare un discorso sulle implicazioni classiste o razziste che potrebbe avere l'uso dello strumento, c'è da notare la solita credenza naïf applicata sulle logiche di mercato: nonostante il Covid e la forzatura di un distanziamento sociale ai limiti dell'umana sopportazione, le aziende vogliono che le persone abbiano ancora voglia di rilasciare interviste per una banale indagine qualitativa di mercato.

Su cento persone con cui ho interagito in un'ora e mezza, posso dire che una sessantina erano persone di origini non italiane, e non parlavano altro, in italiano, che lo stretto necessario per interagire con altri. A giudicare dai loro vestiti e da ciò che portavano, ho ipotizzato che si trattassero di manovali o lavoratori di campi. Nonostante l'impressione generale, ho comunque tentato di avviare una conversazione con loro, ricevendo rifiuti o incomprensioni. Qualcuno di loro mi ha guardato dall'alto in basso. Avrà sospettato che fossi uno sbirro in incognito. Corrono voci di caporalato in Liguria. Mai controllato. Non lo escludo.

Questa volta all'ennesimo turno fallimentare di lavoro ha partecipato una collega aggiuntasi di recente, stavolta in stazione a Piazza Principe Sotterranea per un altro tipo di interviste di mercato. Siamo arrivati a metà del nostro turno di lavoro con poche interviste fatte, e troppe ancora da fare. Non è stato però questo l'argomento della nostra giornata. Allo spiazzo centrale interno alla stazione, lei estrae uno di quei contenitori portavivande e mi fa la domanda che, prima di lei, mi ero già posto.

“Ho qui un panino portato da casa. Secondo te posso mangiarlo qui?”

Scuoto la testa. Azzardo che sì, probabilmente i poliziotti glielo avrebbero concesso (un brivido mi percorre mentre lo scrivo... a che punto siamo arrivati, se si deve permettere a qualcuno di mangiare). Inevitabilmente prendiamo la decisione di parlare con qualcuno al comando della polizia, non potendo trovarli in giro. “Ma tu guarda se mi devo sentire una ladra perché voglio mangiare” chiosa fra i denti. La sento vicina.

Dal comando esce un uomo alto, fisico tonico, barbetta incolta, capelli radi. Non guarda davanti a sé, procede verso un altro punto. Lei accelera il passo, lo chiama con la voce più forte che ha.

“Mi scusi, signore, voglio mangiare.”

Lui si volta di scatto a quella richiesta da Oliver Twist, e le sorride. Non fa domande, vede i nostri cartellini al collo. Indica una serie di sedie attaccate al muro del comando, ma dalla mascella squadrata esce una voce roca dal fortissimo accento genovese, a tratti forzato persino nella sua tipica “rincorsa”, e un tono spezzato in alcuni punti la fa rassomigliare al Gabibbo.

“Siediti pure lì che tanto mica ci passa nessuno neeeh.”

Ci sediamo secondo l'obbligo legale, con una sedia vuota tra noi, aspettiamo che sia a debita distanza e, come ragazzini delle elementari sotto l'occhio dei maestri, tratteniamo a stento i grugniti di una risata liberatoria. L'autorità che tanto abbiamo temuto per pochi attimi, svelata come il cialtrone di Oz.

Ci lasciamo, ognuno diretto verso altri binari, ma pur sempre senza alcuna intervista.

Sul treno di ritorno, dopo dieci giorni dall'istituzione della zona arancione in Liguria, si vedono finalmente i primi posti vietati, contrassegnati dall'adesivo rosso. Nei gruppi di posti da quattro, solo su uno è esplicitamente vietato sedersi. Non ho visto su quelli da due, ma non credo serviranno: oltre a me, capotreno incluso, sparsi per tutto il vagone ci saranno sì o no sei viaggiatori.

Per il secondo giorno di riposo ho fatto lavori in casa. Per la prima parte della giornata ho tenuto la musica ad alto volume, per distrarmi durante le pulizie. Ho staccato per la pennichella. Mi sono dedicato a tutt'altro: leggere, chiacchierare via Mastodon e Telegram, lo sfizio di catalogare i miei libri. Non voglio che la situazione mi pesi troppo.

Poco dopo le 18 mi sono chiesto se mancasse qualcosa. Ci ho riflettuto, senza risposta.

Alle 21 qualcuno fischia sotto casa. Un fischio di borgata. Poi la voce maschile, come drogata, che bestemmia la Madonna e Dio. Chiede un caffè. Lo riconosco: l'addetto del Carrefour gli aveva intimato di andarsene. Oggi gli risponde una voce femminile severa. “C'è il Covid, cazzo! Vattene via, o chiamo la polizia!”. Lui urla e strepita come un bambino ferito. Poi il silenzio.

Solo adesso, alle 22, mi rendo conto che tutto questo non l'avrei notato, se non fosse mancato il solito trambusto fuori casa.

Il concilio di Elrond comincia a momenti e mia madre ha la brillante idea di chiedermi una videochiamata su WhatsApp. Vuole vedermi, le manco. In capo a meno di un minuto diventa una specie di controllo medico: essendo dimagrito, vuole godersi lo spettacolo, come dice lei. Una chiacchierata tutto sommato anonima, salvo per l'ennesima bomba da parte sua.

“Mi hanno detto che domani la Liguria diventa zona rossa.”

“No, è solo un'ipotesi. Toti pensa di portarci al giallo entro pochi giorni, ma secondo me non succede”. A dirla tutta, è stato un azzardo totale. Ho smesso di rimanere attaccato a giornali e siti di notizie. Mi informo solo alla sera, quando pubblicano i dati sui nuovi positivi.

Mia madre alza gli occhi al cielo e sbuffa. “Che palle, in tivù dicono una cosa, i tiggì un'altra! Ma non si rendono conto che così confondono la gente?”

Riprendo a leggere, faccio altro in casa. Nel pomeriggio esco a fare una piccola spesa, quando torno a casa gioco ad Angband. Verso le cinque decido di andare a controllare se quello che ho detto a mia madre è fondato o meno.

Repubblica: “Altre zone rischiano di diventare rosse, ecco quali”. Svolgimento: “oltre a Piemonte, Calabria, Valle d'Aosta, Alto Adige e Lombardia, anche la Basilicata, “arancione” dallo scorso 11 novembre, ora teme di finire in “zona rossa” già dal prossimo fine settimana. Stessa sorte per la Liguria e la Puglia: il governatore Michele Emiliano ha chiesto al governo, tramite una lettera al ministro Speranza, di dicharare zona rossa le province di Foggia e Barletta Andria Trani”. La Liguria è citata di passaggio, solo uno scenario di rischio. Idem per il Secolo XIX, ma ormai tutta la sezione degli aggiornamenti sul Coronavirus sono protetti da paywall. La morte rende ricchi, suppongo.

O sciocchi, come nel caso di Giornalettismo. Ieri l'articolista Ilaria Roncone, nell'articolo chiamato “Tu neghi il coronavirus, io ti nego il posto in terapia intensiva”, riporta pigramente una intervista pubblicata su Repubblica a un economista sanitario, tal Oggier. Egli lancia la provocazione di prendere i nomi di chi nega l'evidenza della pandemia, così da negare cure vitali. Una notizia di nessun vero interesse, solo una provocazione pour parler. Tant'è vero che la comunità medica si è espressa dicendo il contrario, come riportato da Repubblica stessa.

C'è da dare una notizia, però, ed ecco come si fa.

In un mondo in cui non si può procedere in questo modo – anche un fondo di verità c’è in questo ragionamento – un’affermazione tanto estrema ha comunque incontrato l’appoggio degli ambienti medici che vivono questo momento di pressione senza precedenti. Repubblica ha intervistato il direttore della Clinica Moncucco di Lugano, Christian Camponovo, definendo questa considerazione «non completamente sbagliata» e facendo appello al fatto che ognuno di noi ha una responsabilità individuale ma anche una responsabilità collettiva, quella di «preservare le strutture sanitarie dalla saturazione». Una provocazione che Camponovo ha definito eticamente plausibile.

Frasi strutturalmente confuse: sembra quasi che i medici vogliano andare contro il buon senso del mondo, che Camponovo sia il baluardo di tutto l'ambiente medico a tal punto da definire “plausibile” una misura orrificante, discriminatoria, contraria al codice deontologico. Evidentemente non era il caso di riportare l'opinione contraria del resto dei medici, in un articolo disonesto. C'è da strizzare l'occhio a chi tifa Darwin ed “estinzione per gli stupidi”.

Tanta rabbia, e ancora non so se saremo rossi oppure no.

Per una scelta alquanto meschina e poco lungimirante da parte mia, avevo messo un turno alle 7 del mattino in una stazione sì vicina, ma che mi ha costretto a partire di casa poco prima delle sei. Mi sono ricordato solo dopo che c'è il coprifuoco, ma non avevo voglia di spicciarmi.

Sull'orlo della piazza principale, poco dopo un negozio di fiori, c'è una chiesa di cui mi rifiuto di ricordare il nome – vale anche per tante altre. Fino a pochissime settimane fa era coperta da ingombranti impalcature che lasciavano svelate solo la serie di anonimi gradoni. Sopra uno di questi gradoni, riverso come sotto il sole, c'è un uomo che indossa gli stessi vestiti da quando ho iniziato ad abitare qui. Addosso ha una serie di giubbotti, un paio tipo bomber, uno sottile, lungo e trapuntato. Ha la testa reclinata molto all'indietro, la bocca esposta e aperta a tal punto che dall'altro lato si può quasi sentirlo russare. Probabilmente dorme coi gomiti e i talloni ben puntati contro i grandi scalini.

Dopo la chiesa è la volta del Palafiori. Ciascuna porta d'entrata è ospitata da una tettoia ricavata da uffici sporgenti, sorretta da un perimetro di colonne a cui sono appesi volantini ora sbiaditi. Sotto quella tettoia stanno un cartone di dimensioni umane e un cumulo di vestiti distesi a mo' di lenzuola.

I due senzatetto costeggiano l'entrata più a sinistra, quella che nei giorni speciali è dedicata ai talent scout e alle conferenze stampa dei conduttori di turno al Festival di Sanremo. Dal cartone spunta una testa di donna, che rapidamente si gira nella mia direzione, gli occhi chiusi. Riesco a vedere benissimo le labbra puntellate da vistose croste di herpes. Ho i brividi, le mani si stanno raffreddando, le rimetto in tasca. Metto su il primo dei Godspeed You! Black Emperor.

Passo davanti al maledetto Carrefour. Dall'altro marciapiede dove mi trovo ora c'è l'uomo della sicurezza della volta scorsa. Fissa un uomo a terra, stravaccato contro uno dei pannelli per affiggere cartelloni e pubblicità. Ha lo sguardo torvo, le mani prima attaccate ai fianchi, poi pronte a intimare all'uomo a terra di andarsene. Non lo vedo in faccia, ma dalla barba e dalla stazza lo riconosco, ha dei forti problemi mentali ed è sempre ubriaco. Non porta mai la mascherina: ricordo quanto ha urlato, sotto casa mia, perché nessuno gli tappasse la bocca. Questi si rialza a fatica, barcolla. Poco prima che venga oscurato dal pannello pubblicitario, l'uomo della sicurezza prende il telefonino da un taschino. Probabilmente chiama qualcuno.

Sul retro del pannello che ora nasconde i due c'è uno dei manifesti della regione Liguria per le indicazioni da zona gialla, ormai fuori tempo massimo. Un balloon cade dall'alto dicendo “Ma io in giro sto senza mascherina!”. Poco sotto, accolto entro una piccola esplosione, “Ti svegli?”.

Dopo tanto rimandare, alla fine il poliziotto di guardia alla stazione di Sanremo mi ferma. “Oggi devo fare il controllino” mi dice, “ma non preoccuparti, è una pura formalità, tanto ci conosciamo.”

Immediatamente mi sento come Onoff di fronte al commissario interpretato da Polański, salvo l'amnesia. Mi son trovato sul punto di cercare un alibi. “Forse non sto andando davvero a lavoro”, ho pensato, “e se lo scoprissero? È per questo che mi hanno fermato, vero?” A stento, riesco a controllarmi.

Il poliziotto mi conduce a un banchetto simile a quello scolastico delle elementari, ma in legno più rinforzato; mi chiede i documenti, glieli esibisco. Cinque minuti dopo torna con la carta d'identità e l'autocertificazione in duplice copia. “Due firme, una qui e una qui” dice, indicando i punti.

Le sue mani palpano rumorosamente la divisa in più punti, in alto e in basso, a suon di schiaffetti.

“La penna ce l'ho io” lo assicuro.

Tira un sospiro di sollievo. Poco dopo è un fiume. “Con queste cose, non ci si capisce più... tutte queste restrizioni, dico io. Dobbiamo anche stare attenti ad avere una penna di riserva perché se no il virus... ma che senso ha? È una rottura di coglioni.”

Annuisco. “Be'... è una cosa comune a tutti, no?”

Scoppia a ridere, ma sembra più una ammissione nervosa. “Va bene, allora buon viaggio, eh? Per che ora torni?” Gli fornisco un orario a caso. “Ah, okay, allora non ci sono. Ciao, eh? Buon lavoro.”

Saluto e me ne vado. Non mi piacciono le formalità.

Il buongiorno me lo dà mia madre. Mi telefona a un orario insolito per lei, cogliendomi in mutande.

“Stai bene?” mi chiede con la solita voce da preoccupata.

“Ho solo un forte raffreddore, e nient'altro.” la rassicuro. Ci dev'essere molta umidità, adesso. “Roba che tempo un'oretta e mezza si risolve.”

“Ne hai ancora mascherine? Gel? Salviette?”

“Sì, ma mi hai detto che me ne manderai altre, no?”

“Sì, sì. Allora tutto a posto, sì? Nottata tranquilla?”

“Sì, tutto okay.”

Poi la bomba.

“Quindi non hai sentito la scossa di terremoto di stanotte a mezzanotte.”

Ormai ho imparato a riconoscere i suoi istrionismi. Mia madre fa sempre così: tutto spizzichi e bocconi su cose che considera la fine del mondo. Parte della soluzione l'ho imparata allo stage non retribuito per la Toscano Immobiliare: quando sei vicino ad avere una “notizia” per le mani, cioè una casa da vendere, comportati come se sapessi il fatto tuo. Perché probabilmente si sgonfia da sola, ma tu hai ancora la fiducia del futuro acquirente.

“No, mamma, non ho sentito niente, alla fine è stata una scossa piccola piccola”. D'altronde è dal 6 aprile 2009 che ho scoperto quale valore di magnitudine mi fa balzare dal letto in pigiama, svegliare i miei genitori, raccogliere lo stretto indispensabile, schizzare fuori casa, prendere l'auto con il serbatoio più adatto ai lunghi viaggi, posizionarci nel punto più piatto e ben lontano da case e alberi, per accendere la radio in attesa di notizie da regioni effettivamente colpite, non la nostra.

“Be' certo, piccola era anche piccola, però oh, magnitudo due punto uno, l'ho letto su...”

“Classico, avranno voluto riempirci un trafiletto per mancanza di altro di interessante.”

La saluto, chiudo il telefono, finisco di prepararmi. Raccolgo la mia borsa da lavoro. Non la ricordavo pesante: il volume del “Signore degli Anelli” mi farà compagnia anche oggi.

Nella stazione di Piazza Principe c'è un grosso spiazzo che dà su un binario e un sottopasso. Lo circondano una libreria, due bar e un tabaccaio Fino a prima del DPCM di novembre, il posto restava tutto sommato brulicante di viaggiatori. Adesso il bar più grosso ha chiuso senza alcuna motivazione lasciata al pubblico, e nella penombra del fabbricato si scorgono benissimo operai e pulitori lavorare. L'altro bar ha seguito lo stesso destino, più o meno, o così si dice.

Alle due entrate maggiori dello spiazzo sono stati posizionati un tendone e una specie di quadrato delimitato, a mo' di posto di blocco, della polizia di stato. Il blocco in particolare è posizionato al termine delle scale, all'inizio delle quali c'è un ulteriore punto di controllo dove viene misurata la temperatura dei viaggiatori. Un gruppo di sette poliziotti si muove dal blocco al tendone sconfinando ogni tanto sui binari più problematici, ovvero quelli a lunga percorrenza e diretti fuori dalla regione. Alcuni si appostano in un angolo, ma tutti insieme si muovono, blocco nero che deve far domande, chiedere permessi, istigare paura.

Chi altri possa essere impaurito, mi sfugge. Bloccate le arterie principali, ostruita la voglia di viaggiare, la linfa smette di scorrere. Le poche, singole cellule che riesco a passare l'idoneità si siedono fin troppo distanziate in un ambiente prosciugato di vita. All'ora in cui comincio a lavorare, era tutto un bestemmiare, ridere, scherzare e cantare di studenti appena maggiorenni. Adesso è tanto se il silenzio è rotto dal rumoroso scuotersi di un sacco dell'immondizia, o il frastuono dell'uscita di un locomotore dalla galleria.

I poliziotti vedono il mio tesserino e mi lasciano passare. Ti conosciamo, ripetono. Non riesco a sentirmi al sicuro.

Quando ero su Facebook non era raro vedere, intorno a ottobre o novembre, un meme in inglese con protagonista un signore anziano vestito da Babbo Natale, con tanto di barbetta riccioluta finta. Inquadrato in primo piano, l'anziano si sistema gli occhiali sul naso e porta con una mano dal palmo ben esposto il gesto dello stop. “Datevi una cazzo di calmata” dicono le due frasi sopra e sotto, a mo' di cornicetta, “siamo solo a ottobre”.

Secondo me c'è questa regola non scritta secondo la quale ottobre è un mese di transizione. La stagione calda tarda a lasciare il posto alle temperature invernali che spettano di diritto ai mesi più freddi, i colori tardano a spegnersi e, come la cenere di una sigaretta, bruciano lentamente attraverso il marroncino delle foglia morta. La lentezza di questo periodo è un fastidio al mondo della vendita, dettato da una velocità alla caffeina; è così che i festoni natalizi, in America, iniziano a fare capolino tra i corridoi dei supermercati, mentre panettoni, cotechini e pandori, in Italia, occupano in silenzio i primi scaffali in sordina, adocchiando quelli dirimpettai, progettando l'invasione del reparto assieme ad altre pietanze natalizie. La notte di Halloween è per tanti solo una macchia di dessert sulla tovaglia del mondo, da lavare via appena possibile per non sfigurare la signorilità delle portate più pesanti, desiderata da altri, non da te. E cosa importa se quelle persone con cui ti trovi gomito a gomito sono disgustose o ti hanno fatto del male: è una festa, devi sorridere che ti è stata concessa.

Non posso fare a meno di pensare che, in questi tempi virulenti, imporre il Natale come unico punto di raccoglimento sociale accettabile sia una strategia che ha avuto successo. Non è nuova: per me deriva da quella mentalità conservatrice per cui bisogna “rimettere Cristo nel Natale” (put Christ back in Christmas), dove la maggior preoccupazione di tanti di destra è esporre il Presepe per celebrare le radici del popolo che, con falsa pazienza, ospita tanti sconosciuti presto bollati come assassini. Non è nuova, certo, ma la pandemia ha accelerato la cosa anche grazie alla disattenzione generale. Potrei dire che la prima mossa reazionaria è stata del governatore della Campania Vincenzo De Luca: in una delle sue ennesime dirette Facebook ad alto tasso di spettacolarizzazione, ha definito la festa di origini pagane una “stupida americanata” e un “monumento all'imbecillità”, giustificando così l'imposizione del coprifuoco 22-6 nel weekend del 31 ottobre. Per questo governatore, come per altri, i giovani ospitano nel cuore la follia che solo “la verga della correzione” allontanerà da loro (Proverbi, 22:15). Già a marzo del 2020 si era espresso contro i folli giovani studenti universitari, rei di festeggiare qualcosa di molto vago mentre infuria la pandemia. Per loro la sentenza correttiva è una sola: l'iperbolica minaccia di “poliziotti col lanciafiamme” per sedare i ribelli.

La retorica degli studenti e dei giovani irresponsabili ha trovato fertile terreno in una società, quella italiana, composta per lo più da adulti e poco da giovani. Ci si ricorda volentieri delle misure anti-movida, quest'ultima considerata la follia più potente da arginare: masse e masse di etichettati “giovani” bevono senza mascherina ignari della comunità, riunendosi con intenti involontariamente delittuosi come in un sabba. Si inizia a guardare ai vecchi come categoria – appunto, categoria – da salvaguardare a ogni costo, modelli a cui volgere lo sguardo più attento, i primi di cui si è avvertita la perdita durante la prima ondata. “I giovani si credono invincibili senza mascherina” è stato il leitmotiv per tantissimi, dalla stampa ai governatori, pronti a restringere la libertà di tutti con immagini di giovani incoscienti. Difficile poi fare quegli opportuni distinguo: i giovani sono ufficialmente catalogati come quelli che se ne fregano. Così ci si volge agli anziani con una retorica ai limiti dell'agiografia, sempre nella dinamica di chi riceve gli effetti negativi delle restrizioni imposte. Sempre colpa di questi giovinastri...

Tante, troppe notizie sul vecchietto che viene arrestato o multato perché si è fermato a leggere un giornale hanno creato un modello facilmente universalizzabile, per le notizie più emotivamente connettenti col grande pubblico, e hanno facilitato la diffusione di uno stereotipo felice per l'autoritarismo: “i vecchi sono fonte di saggezza, vanno ascoltati e difesi”. L'altra faccia della medaglia è che i giovani devono produrre al posto degli anziani, ormai incapacitati e colpiti dalle restrizioni anti-giovani.

Una visione che emerge non solo dall'istituzione del coprifuoco 22-6 nel weekend di Ognissanti imposto dal governatore della Liguria Giovanni Toti, ma anche e soprattutto da questo tweet:

Per quanto ci addolori ogni singola vittima del Covid-19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate.

Le persone anziane non sono solo le vittime della follia dei giovani, ma sono cristallizzati da tre definizioni:

  • “per lo più in pensione”,
  • “non indispensabili allo sforzo produttivo”,
  • “che vanno però tutelate”.

Per assurdo, una persona anziana può essere dunque definita tale se e solo se rientra in queste tre frasi categorizzanti. Allora, e solo allora, ci si può soffermare su un dolore superiore a quello già provato per le altre vittime del Covid... ma sotto sotto, sono solo pesi, non sono più forza lavoro, la cui tutela suona come un peso ulteriore, un obbligo.

Una frase del genere ha infuriato un vespaio di polemiche. Dapprima Toti si è difeso incolpando lo staff e minimizzando, sostenendo il tutto una “frase infelice” all'interno di un “discorso più complesso”. Le polemiche però non si placano, c'è bisogno giustizia rapida e risoluta. Prima gira la notizia che la persona dietro quelle orride parole è stata identificata e licenziata dalla gestione del profilo Twitter del governatore della Liguria – naturalmente, una giovane. Dopodiché vengono annunciati sconti e fasce orarie di preferenza per gli over 65. Ingrato è il lavoro del politico, se tocca tappare la bocca a chi l'ha votato.

La festa di Halloween viene così dimenticata in favore della più importante e socialmente consolidata festa di Natale. Sono giorni che i giornali martellano sull'eventualità di un Natale “cancellato”, o perlomeno festeggiato senza tracotanze a causa della pandemia. La retorica sviluppatasi intorno alle azioni del governo Conte è ormai ben rodata in una visione da ricatto morale. I messaggi urbi et orbi, in cui “torneremo ad abbracciarci” solo se tutti seguiranno le regole, si sono evoluti in un burocratico rispetto delle regole imposte. Lo stesso Conte preme e martella ancora su una visione punitiva della stessa: “Non dobbiamo identificare il Natale solo con lo shopping, fare regali e dare un impulso all'economia” afferma Conte, “è senz'altro anche un momento di raccoglimento spirituale e farlo con tante persone non viene bene”.

La mascherina e il distanziamento sociale devono servire a non prendere la multa e a fare il pranzo con i parenti a Natale, con l'occhio perennemente puntato sull'indice Rt. Il “raccoglimento spirituale” non lo coglie nessuno, come riferimento; Conte e i politici tutti lo sanno più che bene. Basta solo ricattare: o i giovani e i vecchi smettono di farsi la guerra, gli uni diffondendo follia, gli altri smettendo di essere anziani; o entrambi smettono la guerra che noi, governatori o politici di sorta, abbiamo innescato, o nessuno festeggia.

Ieri sera il mio treno è arrivato in ritardo. All'altezza di Genova Piazza Principe il capotreno apre il canale audio e lascia alla voce sintetica preregistrata il compito di ambasciatore, tra i soliti singhiozzi di pausa tra un insieme di parole e l'altro.

“Gentili passeggeri, – vi informiamo che – siamo fermi – per – un inconveniente tecnico – dovuto a treno di altra compagnia. – Sarà nostra premura informarvi...”

Smetto di ascoltarla. Il posto in cui sono seduto dà una buona visuale su uno degli schermi orari del binario 11. Prima indica cinque minuti di ritardo, poi dieci. Mi distraggo un secondo e, contento di aver trovato una copia del “Signore degli Anelli”, apro la busta di cellophan. Sono a metà del primo capitolo quando sento una voce sbottare: “Trenta minuti di ritardo! Ma questi sono pazzi!”

Butto un'occhio oltre il finestrino. La triste conferma mi porta a riflettere sull'orario di ritorno. Il treno è partito da Genova Brignole alle 19:35 e in altre condizioni sarebbe arrivato a Sanremo intorno alle 21:45. Mezz'ora di ritardo avrebbe significato un arrivo in pieno coprifuoco. “Arrivo in pieno coprifuoco” significa “poliziotti che ti fermano, fanno domande e prendono il numero”. L'avevo già scampata alla seconda metà della mattinata di ieri, dicendo che mi conoscevano; non potevo certo puntare a un en plein. Non appena faccio mente locale, ecco salire il freddo terrore: il frigo è vuoto, non c'è niente di pronto eccetto qualcosa in freezer che però, nella fretta, non ho scongelato per tempo. Ovviamente, bar e ristoranti smettono di offrire servizio a domicilio o da asporto entro le 22, e non conosco nessuno, nella mia città, che possa tenermi il pasto al caldo prima che arrivi.

L'unica soluzione, molto a malincuore, è recarsi al supermercato a Sanremo che resta aperto ventiquattr'ore su ventiquattro, ogni giorno: il Carrefour. Sapevo che lo aveva fatto durante la pandemia; pur essendo molto costoso, sentivo il bisogno di scongiurare l'andare a letto senza cena. Il solo panino di mezzogiorno non mi sarebbe certamente bastato.

Devo dire che è stata un'autentica fortuna avere il “Signore degli Anelli” a portata di mano: la vivacità della Contea e l'urgenza di un nuovo male all'orizzonte mi ha distratto dal ritardo accumulato, ben quaranta minuti. Scendo dal treno, percorro la lunghissima galleria della stazione, evito accuratamente di prendere le scale mobili; forte del mio personale jogging iniziato dopo il primo lockdown, accelero il passo meglio che posso cercando di bruciare ogni metro di distanza nel modo più veloce possibile. Esco, mi rallegro che non mi abbia ancora fermato un poliziotto; oltrepasso la chiesa protestante romena, supero la rotatoria, attraverso la strada, percorro il lunghissimo viale alberato deserto da chissà quanto tempo; supero i bar, la panetteria, tutti chiusi. Il Carrefour è nascosto dietro un complesso di edifici, c'è la grande luce dei neon ad assicurarmi dove si trovi.

La porta non si apre quando mi avvicino. Faccio un cenno con la mano, continua a non aprirsi. Solo dopo mi accorgo delle barricate di cestini per la spesa e altri mobili di traverso al suo interno... e un addetto alla sicurezza che muove le labbra. Non lo sento una volta, alla seconda mi sembra dica che apra dopo le 22.

Alla terza volta alza finalmente la voce, e dice, “Chiudiamo alle 22!”.

“Che infamata”, dico a mezza voce. Mi avrà sentito. Chissà se lo avrà anche solo turbato. Non credo, comunque. Mi incammino verso casa.

Una donna sulla cinquantina, che probabilmente era sul mio stesso treno in ritardo ed era dietro di me e ha assistitito al mio sfogo, mi parla alle spalle. “Eh, lo so, è molto fastidioso” dice con una voce accondiscendente, mentre mi passa davanti. “L'ho scoperto due giorni fa, sono rimasta fregata anche io, si vede che ci rimette se resta aperto dopo le 22”. Poi aggiunge una frase che mi urta non poco, complici probabilmente i morsi della fame. “E va be', pazienza, adesso lo sai per la prossima volta...”

“Senta, signora”. Trattengo a stento un tono avvelenato. “Questa cosa non mi rassicura. Per niente. Un supermercato non è un bar e non è nemmeno un ristorante. Il supermercato vende beni di prima necessità e di questo in particolare si sa che non chiude. Non lo ha fatto nemmeno a marzo. Adesso i guadagni sono un problema? Il treno è arrivato in ritardo, non ho nulla in casa e faccio un lavoro che mi porta sempre fuori. Non dovrei essere io a essere previdente, casomai chi dirige il negozio deve capire la situazione di emergenza!”

Sto per dire qualcosa riguardo allo stipendio che probabilmente guadagnano i cassieri del Carrefour, ma la signora incrocia le braccia e cambia perfino tono.

“Lo so, sono stata giovane anche io. Con la vecchiaia si diventa saggi, pazienti... si cambiano tante idee”.

La guardo in cagnesco. Credo che abbia capito che non fosse un argomento valido, con me, perché subito dopo schizza un velocissimo “Buona serata” e alza i tacchi.

Tornato a casa, rovisto nei mobili della cucina. La scatola di fiocchi d'avena è per metà piena. Ne verso un po' in una ciotola, verso dell'acqua naturale a filo e mentre si fa pappetta aggiungo un paio di compresse di aspartame. Il nefrologo e nutrizionista è stato chiaro, quando gli ho parlato del mio intento di perdere peso dopo il lockdown: l'avena tappa, almeno non arrivi a metà giornata che vorresti mangiarti il tavolo. Mi preparo due scodelle, e mi preparo a invecchiare di un solo giorno.

Il mattino dopo esco e ben rifocillato provo a lavorare, ma senza successo. Nessuno viaggia, se non per lavoro; logicamente, gli unici orari validi non li ho potuti rilevare. Avrei dovuto fare due turni, ma all'inizio del secondo ho abbandonato tutto prendendo il primo treno utile. Per tutto il giorno ho desiderato voler tornare qui, al PC dove mi trovo ora a digitare queste righe; una volta arrivato, volevo leggere ancora di Frodo e Gandalf.

Forse perché Gandalf, con la sua barba e il suo modo di fare, mi ricorda quel buon amico di un Marco che, prima del blocco, mi stava insegnando come usare utensili e macchine come fresatrici, trapani, e tanto altro.

E perché mi manca, lo immagino nella parte di Gandalf mentre lo leggo snocciolare buoni consigli.

Mi chiedo se sarà così che diventerò mai, se invecchierò.

All'andata c'è un signore. Uno qualunque in mezzo a piazza Colombo. Vestito di blu, schizzato di calce e vernici. A un certo punto abbassa la mascherina, già verdognola da chissà quanti giorni. Tossisce come un fumatore, coprendosi la bocca con la mano. Poi, si rimette la mascherina.

In stazione c'è un altro signore. Calvo, occhiali spessi, accento di un'altra regione. Mi chiede se questo è il treno giusto per andare a Genova Brignole, poi si allontana. Lo vedo bene: in tre mosse fruga nel taschino, prende il cellulare e si toglie la mascherina. “Così parlo meglio”, dice a una voce che non sento. È vero, la mascherina soffoca la voce, ma la telefonata non allunga davvero la vita, come recitava un vecchio spot.

Mi chiedo che senso abbia non tossire direttamente nella mascherina. Poi mi dico che evitare l'odore di saliva e farsi sentire meglio non siano ragioni sufficientemente sensate per smettere di proteggere la comunità. Infine mi sono domandato quanto abbia già interiorizzato la mentalità della punizione in pochi giorni. Giusto in tempo, perché passano due poliziotti.

Sto per giustificare il mio viaggio per motivi di lavoro quando mi interrompono dicendo, “Non c'è problema, lo sappiamo, ci conosciamo”. Mi hanno sempre visto in stazione per lavoro, sanno cosa faccio. Puntano invece il signore al telefono. Uno dei due urla: “LA MASCHERINA VA SU!”

Inizio un sudoku sul cellulare, completo un paio di riquadri quando mi sento toccare sulla spalla. È l'uomo a cui la polizia ha gridato, e mi guarda come se volesse minacciarmi. “Mi perdoni” dice, “ma cosa vuole urlare? Se fosse passata la polizia, erano tanti euro... insomma, poteva stare zitto! Non ho tutti questi soldi, sa?”

“Signore” rispondo, “è stata la polizia.”

Lui si ritira. “Oddio mi scusi, sono mezzo cieco, mi scusi, mi scusi, mi scusi”. Ha un'aria fortemente colpevole, un tono lacrimoso. Si sposta più in là, verso l'inizio del marciapiede del binario. Non so se è salito sul mio stesso treno. Ho dimenticato il libro di Kropotkin, ma ho quello di Hayes sulla terapia ACT. Meglio che niente, suppongo.

I ristoranti di Genova Brignole hanno deciso di seguire il DPCM alla lettera, con soluzioni fantasiose. Come altri negozi a Sanremo, alcuni hanno messo la scritta “Chiuso per ferie” con le date indicative di riapertura, tutte combacianti con la fine dei presunti quattordici giorni della zona arancione ligure. Quelli aperti hanno messo su barricate e altri ostacoli per scoraggiare gli assembramenti. Chi lavora in quei bar appare come un soldato in trincea.

In generale, come sostiene il DPCM, è consentito comprare solo da asporto o a domicilio, vietando quindi il consumo nel locale e nelle vicinanze dello stesso. Il KFC di Brignole fa un passo ulteriore: impedisce il consumo dei prodotti acquistati “al tavolo, in piedi, nella stazione e nelle sue vicinanze”. Una formulazione così confusa che non fa altro che creare ulteriori domande, anche stravaganti. Perché mai dovrebbe essere vietato il consumo, sempre da asporto, anche all'interno della stazione? La stazione è di proprietà del KFC? I viaggiatori, specialmente quelli di lunga percorrenza, non arriva sul posto a ridosso della partenza: perché gli deve essere vietato consumare all'interno della stazione?

Lo trovo assurdo, e finora è l'unico ristorante che ho visto ad aver vietato così esplicitamente. Leggo o guardo altrove, ma vedo controsensi a non finire: il bar immediatamente vicino al KFC non pone questa restrizione estrema, limitandosi al solo divieto di consumo nel locale, già piccolo di suo. Non so cosa dire sul fatto che in quasi ogni binario, a eccezione del primo, torreggiano i distributori automatici.

Tutto si muove in sinergia a una confusione completa per me. Nel dubbio, sono costretto a comprare un panino e una bottiglietta d'acqua nell'unico bar più “permissivo”, passare al marciapiede dall'altro lato della strada che dà su un maxi parcheggio, appostarmi lì e masticare quanto più velocemente possibile, buttando un occhio a destra e a manca assicurandomi che nessuno mi veda. Mastico provando vergogna, qualcosa mi va anche di traverso. Desidero ribellarmi e mi mancano le forze.

Più di quarantamila positivi in un giorno. Penso a tutte le volte che un politico ha chiesto sacrifici durante la pandemia. Io, che provo a seguire ogni singola limitazione imposta da tutti questi DPCM, ho comunque paura di sbagliare, mi sento sempre più in trappola. Perfino la più piccola parvenza di normalità sembra un reato... e i numeri mi schiacciano.

Ho dimenticato Kropotkin a casa. Ma ho trovato una copia del “Signore degli Anelli”, volume unico con tutti i capitoli, abbandonata su una panchina della stazione. Ancora imbustata, ancora fresca di acquisto. Ho chiesto alla libreria di Brignole se fosse stata rubata, o se si poteva risalire all'acquirente. Mi rispondono di no. La prendo con me: non abbandono un libro come non abbandonerei mio fratello o il mio migliore amico, se ne avessi uno.